Vicente Huidobro

 

 

(Cile)

 

 
 

LA POESIA È UN ATTENTATO CELESTE

 

Io sono assente però in fondo a questa assenza

C’è l’attesa di me stesso

E questa attesa è un altro modo di presenza

L’attesa del mio ritorno

Io sono in altri oggetti

Vado in viaggio dando un po’ della mia vita

A certi alberi e a certe pietre

Che mi hanno atteso per molti anni

Si sono stancati d’aspettarmi e si sono seduti

 

Io sono e non sono

Sono assente e sono presente in stato d’attesa

Loro vorrebbero il mio linguaggio per esprimersi

E io vorrei il loro per esprimerli

Da qui l’equivoco l’atroce equivoco

 

Angoscioso lamentevole

Mi addentro in queste piante

Lascio i miei vestiti

Mi cadono le carni

E il mio scheletro si riveste di cortecce

 

Mi faccio albero

Quante volte mi sono trasformato in altre cose…

È doloroso e pieno di tenerezza

 

Potrei lanciare un grido ma si spaventerebbe la transustanziazione

Bisogna mantenere il silenzio Aspettare in silenzio

 

 

 

 

ERAVAMO GLI ELETTI DEL SOLE

 

Eravamo gli eletti del sole

E non ci siamo resi conto

Siamo stati gli eletti della più alta stella

E non abbiamo saputo rispondere al suo regalo

Angoscia d’impotenza

L’acqua si amava

La terra ci amava

Le selve erano nostre

L’estasi era il nostro stesso spazio

Il tuo sguardo era l’universo faccia a faccia

La tua bellezza era il suono dell’aurora

La primavera amata dagli alberi

Adesso siamo una tristezza contagiosa

Una morte prima del tempo

L’anima che non sa in che posto si trova

L’inverno nelle ossa senza un lampo

E tutto questo perché non hai saputo che cos’è l’eternità

E non hai compreso l’anima della mia anima nella sua nave di tenebre

Nel suo trono di aquila ferita d’infinito

 

 

 

MONUMENTO AL MARE

 

Pace sulla costellazione cantante delle acque

Scontrate come gli ombri della moltitudine

Pace nel mare alle onde di buona volontà

Pace sulla lapide dei naufragi

Pace sui tamburi dell’orgoglio e le pupille tenebrose

E se io sono il traduttore delle onde

Pace anche su di me

 

Ecco qui lo stampo pieno di frantumi del destino

Lo stampo della vendetta

Con le sue frasi iraconde che si staccano dalle labbra

Ecco qui lo stampo pieno di grazia

Quando sei dolce e stai lì ipnotizzato dalle stelle

 

Ecco qui la morte inesauribile dal principio del mondo

Perché un giorno nessuno se ne andrà a spasso per il tempo

Nessuno lungo il tempo lastricato di pianeti defunti

 

Questo è il mare

Il mare con le sue onde proprie

Con i suoi propri sensi

Il mare che cerca di rompere le sue catene

Che vuole imitare l’eternità

Che vuole essere polmone o nebbiolina di uccelli in pena

O il giardino degli astri che pesano nel cielo

Sulle tenebre che trasciniamo

O che forse ci trascinano

Quando volano di repente tutte le colombe della luna

E si fa più oscuro dei crocevia della morte

 

Il mare entra nel carro funebre della notte

E si allontana verso il mistero dei suoi paraggi profondi

S’ode appena il rumore delle ruote

E l’ala degli astri che soffrono nel cielo

Questo è il mare

Che saluta laggiù lontano l’eternità

Che saluta gli astri dimenticati

E le stelle conosciute

 

Questo è il mare che si desta come il pianto di un bambino

Il mare che apre gli occhi

E cerca il sole con le piccole mani tremanti

Il mare che spinge le onde

Le sue onde che mescolano i destini

 

Alzati e saluta l’amore degli uomini

 

Ascolta le nostre risa e anche il nostro pianto

Ascolta i passi di milioni di schiavi

Ascolta la protesta interminabile

Di quell’angoscia che si chiama uomo

Ascolta il dolore millenario dei petti di carne

E la speranza che rinasce dalle proprie ceneri ogni giorno

 

Anche noi ti ascoltiamo

Rimuginando tanti astri catturati nelle tue reti

Rimuginando eternamente i secoli naufragati

Anche noi ti ascoltiamo

Quando ti rigiri nel tuo letto di dolore

Quando i tuoi gladiatori si battono tra di loro

 

Quando la tua collera fa esplodere i meridiani

Oppure quando ti agiti come un gran mercato in festa

Oppure quando maledici gli uomini

O fingi di dormire

Tremante nella tua grande ragnatela in attesa della preda

 

Piangi senza sapere perché piangi

E noi piangiamo credendo di sapere perché piangiamo

Soffri, soffri come soffrono gli uomini

Che tu possa ascoltare digrignare i tuoi denti nella notte

E rigirarti nel tuo letto

Che l’insonnio non ti lasci placare le tue sofferenze

Che i bambini prendano a sassate le tue finestre

Che ti strappino i capelli

Tossisci, tossisci, fai esplodere in sangue i tuoi polmoni

Che le tue molle si arrugginiscano

E tu venga calpestato come cespuglio di tomba

 

Però sono vagabondo e ho paura che mi ascolti

Ho paura delle tue vendette

Dimentica le mie maledizioni e cantiamo insieme stanotte

Fatti uomo ti dico come io a volte mi faccio mare

Dimentica i presagi funesti

Dimentica l’esplosione delle mie praterie

Io ti tendo le mani come fiori

Facciamo la pace ti dico

Tu sei il più potente

Che io stringa le tue mani nelle mie

E sia la pace tra di noi

 

Vicino al mio cuore ti sento

Quando ascolto il gemito dei tuoi violini

Quando stai lì disteso come il pianto di un bambino

Quando sei pensieroso di fronte al cielo

Quando sei dolorante tra le tue lenzuola

Quando ti sento piangere dietro la mia finestra

Quando piangiamo senza ragione come piangi tu

 

Ecco qui il mare

Il mare dove viene a scontrarsi l’odore delle città

Col suo grembo pieno di barche e pesci e altre cose allegre

Quelle barche che pescano sulla riva del cielo

Quei pesci che ascoltano ogni raggio di luce

Quelle alghe con sonni secolari

E quell’onda che canta meglio delle altre

 

Ecco qui il mare

Il mare che si distende e si afferra alle sue rive

Il mare che avvolge le stelle nelle sue onde

Il mare con la sua pelle martirizzata

E i sussulti delle sue vene

Con i suoi giorni di pace e le sue notti di isteria

 

E dall’altro parte che c’è dall’altra parte

Che nascondi mare dall’altra parte

L’inizio della vita lungo come un serpente

O l’inizio della morte più profonda di te stesso

E più alta di tutti i monti

 

Che c’è dall’altra parte

 

La millenaria volontà di fare una forma e un ritmo

O il turbine eterno dei petali troncati

 

Ecco lì il mare

Il mare spalancato

Ecco lì il mare spezzato all’improvviso

Affinché l’occhio veda l’inizio del mondo

Ecco lì il mare

Da un’onda all’altra c’ è il tempo della vita

Dalle sue onde al mio occhio c’è la distanza della morte

 

 

Traduzione di Gianni Darconza

 

 

 

 

 

 

 

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BIO

 
Vicente Huidobro (Cile, 1893 ‑ 1948). Padre del creazionismo e uno degli autori più rilevanti della poesia ispanoamericana del secolo XX. Appartenente a una delle famiglie più ricche e aristocratiche del Cile, ha la possibilità di viaggiare di frequente tra le due sponde dell’Atlantico. Giunge presto a Parigi dove entra in contatto con le avanguardie. Stringe amicizia con artisti del calibro di Pablo Picasso, Juan Gris, Pierre Reverdy, tra gli altri. Tra i suoi libri si segnalano: Adán (1916), El espejo de agua (1916), Horizonte cuadrado (1917), Ecuatorial (1918), Poemas árticos (1918), Temblor de cielo (1931), Altazor o el viaje en paracaídas (1931), Ver y palpar (1941), El ciudadano del olvido (1941) e Últimos poemas (1948). La sua opera ha esercitato particolare attrazione sul pubblico giovane ed è stata costantemente oggetto di studio.

 

 

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