Stefano Pastor

 

 

 

(Italia)

 

 

 

 

Sogno Ricorrente

 

– No. Non è possibile contare su alcun mezzo di trasporto: il solo treno che passa è un piccolo convoglio per i minerali che non carica persone a bordo ed è molto pericoloso.

L’uomo in camice bianco aveva appena comunicato a Xavier il suo parere negativo ed io me ne venni via, vagamente orientato a pensare che l’escursione prevista non avrebbe avuto luogo. L’insospettata convinzione di Xavier di portare a termine l’operazione mi si fece chiara poco a poco e il drammatico ricordo che conservo, ancora vivido, dei fatti che seguirono mi spinge a raccontarne i macabri dettagli.

Cominciò con un sopralluogo. L’erba era alta e copriva l’unico binario; il colore tendeva più al giallo in prossimità dei solchi che, di lontano, si vedevano sprofondare in corrispondenza delle due rotaie. Poi cominciava una lunga serie di gallerie che si sarebbero dette interminabili. La fredda aria avvolgeva tutto in un vuoto spettrale, l’odore delle viscere della terra prevaleva su ogni cosa, il buio, appena solcato per pochi metri da una torcia, inghiottiva nella sua immensa vastità ogni possibile idea di una concretezza materica.

Avevo trascorso l’infanzia con Xavier. La sua passione per le incursioni in meandri oscuri lo portava spesso ad esplorare case diroccate, passaggi scavati nella terra, bunker risalenti alla guerra passata, scantinati abbandonati. Accadeva spesso che anch’io lo seguissi in queste esplorazioni nel buio spaventoso dell’abbandono: muri devastati, pavimenti e soffitti pericolanti, scale parzialmente crollate che affrontavamo con il timore che potessero cedere da un momento all’altro. Abbandono che consisteva anche nei più diversi materiali dimenticati o depositati in quei luoghi angoscianti per chissà quale ragione. Dopo tanti anni mi appariva ancora in sogno l’apertura inquietante che si apriva in un muro di un grande palazzo fatiscente. Ci si doveva arrampicare per penetrarvi poi si affrontava un salto per discendere al livello del suolo e, da lì, si scendeva ancora per intraprendere un percorso molto lungo tra labirintici corridoi sotterranei. Nel sogno rivivo l’angosciosa curiosità che mi faceva inoltrare in quel luogo e il successivo desiderio di arrestarmi, di non proseguire oltre; rivivo la sensazione della carta macerata, della spazzatura, dei detriti sotto le scarpe; l’odore penetrante della muffa. Ogni volta, al risveglio, restavo fisso a cercare di ricordare dove fosse quel luogo che risiedeva nella mia memoria come un luogo reale. Ero certo di esservi stato più volte, di aver misurato ognuno degli innumerevoli passi di quel percorso insopportabilmente lungo, di aver paventato pericolosi crolli improvvisi, di aver bramato la luce come chi tema un grave pericolo nella tenebra. Né mi fu mai possibile, tuttavia, ricostruire una sua attendibile ubicazione.

La nostra perlustrazione preliminare stava per concludersi e Xavier mi colse in tali pensieri quando, fermo e secco come sempre era la sua espressione, sentenziò la sua risoluzione: raramente passava il convoglio, bisognava informarsi segretamente. Cosa che fece, attraverso non so quali canali, e si diede il via alla spedizione, qualche giorno più tardi. L’organizzazione fu accurata, i partecipanti furono sei; ciascuno era equipaggiato con lampada a carburo e wonder a pile sul casco, le vecchie tute da speleologo erano state rimediate da Yeray che aveva fornito anche alcune corde, discensori, imbragature e altre attrezzature che ci sarebbero state utili durante l’operazione che ci accingevamo a compiere. Il piccolo treno lo avremmo dovuto intercettare lungo un tratto di percorso all’aperto, prima dell’alba per non essere scorti dai conducenti. Il tragitto all’aperto era piuttosto lungo e cominciammo a camminare in silenzio, zaini in spalla, nell’incombente promessa di chiarore che da Est annuncia la fine della notte. Camminammo per una buona mezz’ora tra l’erba e dalle pietre percosse dai nostri scarponi scaturiva l’unico suono che dimorava nelle nostre menti in quella buia mattina. Al segnale di Xavier ci nascondemmo a lato della ferrovia e ascoltammo il treno avvicinarsi lentamente. Lo sferragliare del breve convoglio si stava facendo sempre più intenso e ormai potevamo scorgerne il fascio di luce che illuminava il percorso davanti a sé. Tra l’erba alta nessuno si muoveva; nessuno avrebbe dovuto sospettare della nostra presenza. Il mio volto estremamente prossimo al suolo si immergeva nelle esalazioni minerali e vegetali, entrambe pungenti. Ci passò accanto e potemmo appurare che la sua velocità era molto moderata, così come Xavier aveva previsto, a causa dell’irregolarità del terreno che costringeva le rotaie a molti dislivelli e piccole curve. Come stabilito cominciammo a correre non appena l’ultimo dei piccoli carri trainati ci fu a lato. Io e Abel ritardammo un poco la partenza. Vedemmo gli altri saltare e mettersi in una posizione di sicurezza su quel piccolo carro senza appigli. Dovemmo correre a lungo dietro il treno poiché non riuscivamo a raggiungerlo. Tagliammo per una distesa d’erba alta e secca, in  modo da colmare il distacco che avevamo accumulato, e saltammo a bordo. Era importante mantenersi bassi, su di un ginocchio con l’altro piede poggiato in avanti per evitare le spinte che potevano essere causate da brusche accelerazioni o improvvisi rallentamenti. Xavier aveva istruito tutti noi nei minimi dettagli e se ne stava davanti a tutti in quella posizione prudente, con le braccia lievemente allargate per bilanciarsi. L’aria fredda ci sferzava, nessuno parlava; ognuno era totalmente concentrato nell’eseguire ogni ponderato movimento e nell’immaginare, ricordando continuamente le istruzioni, i passaggi successivi. Prima del sorgere del sole fummo fagocitati da una galleria dalla quale sapevamo non saremmo più usciti se non alla fine della nostra missione. Il frastuono del convoglio pervadeva ormai ciascuno e la monotonia del rumore era spezzata, nella nostra percezione, soltanto dal freddo e dall’aspetto sempre più grezzo di quel lunghissimo budello. Dopo un’ora circa di tale viaggio fummo al punto stabilito. Il convoglio avrebbe proseguito verso le miniere attive, noi dovevamo saltare giù, facendo rotolare i nostri corpi per assorbire la spinta del moto, e dirigerci verso una miniera abbandonata che si situava a quell’altezza. Camminammo in silenzio per un’altra ora, dietro i larghi fasci luminosi delle nostre lampade ad acetilene. L’odore dell’acetilene a tratti prevaleva su quello ben più pregnante del sottosuolo. All’ingresso della vecchia miniera, con l’armatura in legno ormai logora e fradicia, ognuno ebbe la certezza di cominciare in quel punto il proprio viaggio. Le pareti incombevano su di noi sempre più anguste, acqua trasudava dalla roccia in gocce sonore. Un allagamento non previsto ci costrinse a immergere le gambe fino alle cosce per l’attraversamento. Non avevamo stivali e gli anfibi che indossavamo non potevano impedire all’acqua di penetrare all’interno all’altezza della parte superiore dell’allacciatura. Dovevamo andare avanti. Una frana aveva interrotto il camminamento: bisognava piantare alcuni chiodi da roccia e calarsi col discensore, facendovi scorrere la corda all’interno puntando i piedi contro la parete. Colmato il dislivello e recuperati i materiali riprendemmo il cammino finché non fummo all’ingresso della nostra meta: un grande antro scavato nella roccia, grondante acqua e intriso di buio che le nostre lampade violavano.

Ci mettemmo a dissotterrare dal fango, in un punto che era noto a Xavier, alcune grosse scatole di metallo. Una volta pulite furono aperte e fu allora che mi trovai di fronte a uno spettacolo raccapricciante. Molti contenitori più piccoli racchiudevano sacchetti pieni di resti umani ancora conservati, certamente con l’ausilio della formalina il cui odore acre si diffondeva nell’aria ferma e carica di umidità. Si trattava di organi interni. Ciascuno di noi doveva selezionare gli organi meglio conservati, metterli da parte per poi portarli via una volta imballati. Il sole era ormai alto in superficie mentre ci trovavamo in quell’inferno, soverchiati da un’incalcolabile mole di roccia, nel ventre spaventoso della terra. La consistenza dei differenti tessuti potevo apprezzare con le mani, sangue umano, ovunque, rendeva tutto vischioso e scuro. Presi e misi da parte vari organi; un cuore aveva le dimensioni di quello che avrebbe potuto avere quello di un fanciullo. Rovistando mi ritrovai tra le mani una garza sporca; vidi che vi erano altre garze all’interno del sacchetto, aperte e sovrapposte. Al centro di esse, attaccato e in avanzato stato di decomposizione, un frammento di dito. Dovetti farmi forza per resistere a quell’odore così repellente e invadente. Nessuno di noi ebbe cedimenti. Oton e Rocìo, che erano medici, contavano a memoria la somma dei punteggi che attribuivano a ciascun reperto, secondo il suo stato di conservazione. Mi era ignoto cosa si celasse dietro a questo macabro gioco e non potevo chiedere nulla. Pensai che una rete di assassini fosse in comunicazione con un’organizzazione i cui obiettivi mi sfuggivano. Mi erano stati anticipati molti soldi, ero stanco e nauseato, smisi di pensare. Sistemati gli organi in sacchetti nuovi con la formalina che i due medici distribuirono e chiusi, i sacchetti, in appositi contenitori che riponemmo nei grandi zaini, partimmo. Il ritorno doveva essere effettuato per altra via poiché il rischio di essere scoperti ora era da evitare assolutamente. Esisteva un pozzo con una parete in cui erano stati predisposti i fondamentali ancoraggi, alta un centinaio di metri, attraverso la quale si poteva accedere ad un’altra rete di gallerie più superficiale e antica. Xavier, abile arrampicatore, cominciò a salire assicurandosi agli armi che la via ferrata offriva. Arrivato alla sommità della parete assicurò una lunga corda che aveva nello zaino e la calò affinché noi si potesse scalarla con croll e bloccante mobile, una maniglia dentata che scorre soltanto verso l’alto e resta bloccata in direzione discendente. Imbragati e in sicurezza affrontammo la parete uno ad uno. Appena radunati ci mettemmo in marcia in silenzio, nella tenebra totale, squarciata dai nostri lumi e dall’orrore delle nostre empie azioni. Furono sette ore di cammino non senza difficoltà per frane, allagamenti e restringimenti, prima che rivedessimo il cielo. Non la luce però poiché era notte fonda. Due automobili ci portarono in una villa isolata, entrammo. I due medici si fecero consegnare il materiale che avevamo negli zaini e sparirono in una stanza. Noi fummo accompagnati fuori per essere portati in auto ad una stazione di autobus. Ricevemmo congedo e saldo. La notte era ancora alta e buia, avremmo aspettato il primo autobus alla stazione. Xavier sembrava soddisfatto del lavoro e del guadagno. Camminavo dietro a lui e agli altri alla ricerca di un’improbabile bottiglia di vino. Il ricordo del putrescente brandello umano tra le garze mi pervase materializzandosi in agghiacciante immagine e in quell’odore che sconvolge ogni fibra. Vomitai a più riprese, stanco e atterrito, nella campagna deserta e buia.

 

 

 

 

 

 

 

 

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www.stefanopastor.com

 

Stefano Pastor, violinist, composer

 

« A poet on violin »
Sabine Moig – Jazzosphere (France) n. 33 – November 2007

 

« Stefano Pastor’s muscular violin playing (…) is just as impressive »
Dan Warburton – Paris Transatlantic Magazine (USA) – Autumn 2009

 

« It sounds effortless but it has been in fact a laborious road »
Karla Cornejo – All About Jazz – NY (USA) – September 2009

 

« Pastor pulls out from the violin an original and powerful voice: a scratch which doesn’t resound but wounds; which doesn’t drag harmonics but minute drops of blood »

Giuseppe Dalla Bona – Musica Jazz n.1 year 64 – January 2008

 

« Pastor’s sound is tight and sharp,a quiet scream of courage »

Guido Festinese – Alias n.26 anno 11 – Il Manifesto – June 28 2008

 

Voted “Best Instrumentalist of the Year” (Miscellanea Category) at Top Jazz 2010 and 2011, the prestigious Italian critics’ pool by Musica Jazz Magazine, Stefano Pastor has a really unique sound and his music is oriented to the research and improvisation. He has graduated in violin and, with full marks, in Jazz; he has attended masters with Piero Farulli, Enrico Rava, Dave Liebman.

 

On 1982 he won the contest « Laboratorio Lirico Sperimerntale » in Alessandria (IT) and also won the 2nd prize at the prestigious “Rassegna Giovani Musicisti” in Cervo (IT) on 2005. The “Jazz Lighthouse” association, in collaboration with the Genova Commune, awarded to Pastor a special prize “for the research of new expressive ways in jazz music” on 2006.

 

He played classical music at the beginning of his career as first violin of the string quartet « Leon Battista Alberti » along six years, and working with a lot of symphonic and chamber orchestras, in many important theatres, sharing the stage with artists like Josè Carreras, Cecilia Gasdia, Daniele Gatti, Massimo De Bernart and making several discs and recordings for the Italian National Radio (RAI). He also made discs with the art-rock group Picchio dal Pozzo and with the popular singer-song-writer Paolo Conte.

 

At the present he devotes himself entirely to jazz music performing with a lot of important jazz musicians like Borah Bergman, Harry Beckett, Franco Cerri, Dominic Duval, Ken Filiano, George Haslam, Ratzo Harris, Tristan Honsinger, Joe Morris, Satoshi Takeishi, Kash Killion and many others.

He recorded several CDs as a leader working with labels like Silta (IT), Slam (UK) and Mutable Music (USA), and taken part to many recordings as a sideman.

 

His works was reviewed enthusiastically in Europe, America and Canada and he got a lot of dedicated interviews, articles, and broadcast by magazines and radios in Italy, France, Sweeden, UK, USA, Argentina.

 

The prestigious American review All About Jazz – NY voted his CD with Borah Bergman “Live at Tortona” as “Best New Release 2009 – Honorable Mention ».

 

He toured in Italy, Germany, France, UK, Belgium, Czeck Republic, Russia, USA as a soloist with various groups, performing at several important festivals, theatres and clubs.

 

He collaborates with the visual artist Roberto Masotti, with the poets Steve Dalachinsky, Anthony Barnett, Mark Weber, Erika Dagnino and he published himself poems inside some CDs.

 

He published the violin improvisation treatise with attached CD “ViolinJazz” (Casa Musicale Eco – 2008) and writes articles for the reviews SuonoSonda and Quaderni d’Altri Tempi.

 

He also devotes himself to teaching from many years and collaborated with the « Verdi » Conservatory in Milano as teacher and with the Seminari di Siena Jazz as assistent.

 

 

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