Simona-Grazia Dima

 

 

 

(Romania)

 

 

L’ULTIMO  ETRUSCO

 

Vivo nella metropoli che sola può servirsi di me,

 

senza amore. Eppure io penso che qui la stagione

è quella più dolce sulla faccia della terra.

Gli splendidi colori sembra arrotondino la mia anima,

come se qui nessuno stesse affilando armi. Questo è

 

il posto dove mi piacerebbe vivere per sempre, eppure

con tutte le chiavi del palazzo tra le mani, attendo

l’ora della partenza. Lontane credenze

mi hanno tenuto in vita. Parole e facce della notte

hanno prestato realtà ai miei giorni.

Quello che vedo intorno a me mi uccide,

eppure vivo fastosamente

di mezzi che conosco solo in via mediata.

Tutto quello che il fato aveva in serbo per me lo capii

un istante troppo tardi.

Esiste gente che la pensa in maniera differente, ma non sono

Miei nemici. Mi apro la strada in una rigogliosa savana

 senza contese né umiliazioni

da nessuna parte. Da dove non mi viene

amore traggo comunque il mio mantenimento.

Dio come se fosse un bimbo scende su di me

e mi serve (eppure non appartiene a questo luogo).

Ogni giorno metto i suoi doni in coppe fatte

di platino o porcellana tenue come una palpebra. Pensosa

mi astengo dall’avere pensieri spiacevoli, o

dallo scialacquare cose fini e preziose,

ed intravedo un giocoso ammiccamento,

una misteriosa complicità. Mai la coppa

da cui bevo sembra di coccio,

o la spessa polvere sul bordo, sudiciume.

Uno splendore sfavillante regna dappertutto.

Devo affrettarmi senza rompere

né rovinare le cose che mi attorniano.

La mercede di oggi viene da qualcosa da lungo scordato.

Oggi mi batto per tutto quello che può esser nel futuro.

La mia virtuosità, cresciuta in una città senza cuore,

produrrà per una innocente tribù,

frotte di bambini ricchi che non avran bisogno di lottare.

Anche se qui sono un banchiere, il dono segreto concessomi

era quello del fulguriator – l’augure dei lampi,

radicato nel retaggio del mio popolo.

Sono l’ultimo etrusco, e già una volta sono uscito,

a Viterbo, tirandomi dietro la cortina della storia,

Vetusal clan Thanas Tlesnal solo ciò posso ancor dire

Nella lingua dei miei antenati, adesso parlo latino.

Eppure non ho dimenticato le mie radici. I miei figli

chiacchierano sulla Via Appia, ed io son Mecenate,

e per amor mio (o del mio denaro?) dei poeti, guidati da Virgilio,

cercan con forza di esaltare gli etruschi:

“É così che l’Etruria divenne forte”

esclamò Virgilio nella Georgica seconda –

Ha ha, ricolmo di ricchezze, e in qualche modo di fretta,

mi premo la mano sul cuore, là dove

 

si frangono le onde dell’Oceano. Dove i lampi s’incrociano,

e l’invisibile vince. Ne sono testimone, io,

che uso congedarmi in continuazione.

 

 

UNA PASSEGGIATA NEL PARCO

 

Passeggio nel parco spazzato dal vento,

in mezzo a un pop-folk urbano e gitano più forte che mai,

invece di aria respiro un qualche anestetico

che permette di sopportare le bugie

e smettere di ambire alla verità.

C’è un posto qui vicino in cui, giorno su giorno,

la musica distrugge il paesaggio,

eppure proprio in questo luogo Aasvero

seduto su una panchina si riscattò.

Due cani mi osservano;

hanno cominciato ad abbaiare;

tra poco ci sarà un diluvio di pietre.

Mi trovo (senza una via di fuga prevedibile)

nel mezzo di un quadrangolo e in ogni angolo

c’è una bestia orrenda: un orso sottomesso,

un lupo dalla fronte rugosa, un topo pensoso,

un toro grinzoso. Il Chupcabras qui è re,

lui che succhia il tuo sangue, la tua forza,

il Chupacabras che non si trova facilmente, assopito

sotto le auto. Mentre il parco, con i suoi sentieri ventosi

con busti di celebrità in fila, rabbrividisce

e si lamenta. Un refolo di vento sferza il verde, mucchi

di stelle galleggiano su toppe di aria nera. L’inverno

spara fuochi d’artificio. Qualunque uscita tu scelga,

i guardiani, all’erta, ti tratterranno.

Così si fa in Romania: qui i fiumi annegano.

Intanto nei paraggi un falegname fai-da-te sta segando

un’asse di legno appoggiato su una sedia,  ed è probabile

che taglierà asse e sedia assieme. Gli offriranno

caffè e baklava e gli racconteranno storie

per evitare che tagli troppo a fondo.Qui da noi è così:

quando uno fa un passo avanti i bricconi devono

marciare felici con lui. Perciò debbono essere nutriti

con cuori di santo. Nascoste le targhe commemorative

dei poeti che si attardarono un po’, e poi morirono sereni

nella natura delle cose, chiamando flebilmente dall’aldilà.

Polvere Romena, posatasi come pegno di età e di tempo:

un mucchio di frammenti, meravigliosi pezzetti di canzoni.

Per il caro amor loro perdoni tutto il resto.

 

 

DERVISCIO

 

L’anima è rinchiusa nel corpo

come il djinn nella bottiglia,

e confida nella salvezza

(il derviscio, immune dai misteri,

apparirà al momento giusto).

La dilaniante ricerca,

nella pasticceria del mondo,

in quel particolare luogo in cui i dolci

diventano inesorabilmente alcolici.

Quanta malinconia!

Da quella volta, se al mattino ti svegliavi bambino,

la sera terminava con te intossicato

dall’alcolico vizio dell’essere,

dopo esserti negato il gusto della tua propria pasta, lievitata dal vizio tiepido della Vita.

Alla luce della luna, hai consegnato le tue manette

ed ogni altro strumento di misura

 in tuo possesso contro un briciolo d’Amore.

Di tua propria scelta

ti è rimasta solo l’opzione di inginocchiarti.

Quindi quel passo avanti che potresti osare

potrebbe avere un valore solo nel mezzo della notte,

quando nessuno ne sarà testimone.

E se all’alba sembrerai lo stesso,

meriterai di far parte di quella Luce

che hai evocato.

 

 

MADAME REIS

 

Nelle vie di Giorgio de Chirico

ho vissuto una bella storia

d’amore: ero Madame Reis

e, grazie all’amore, avevo infine

un’aria misteriosa, la gente era contenta

(contenta anche del mio amore per Monsieur Reis) portavo bene i cappelli,

dirigevo il lavoro nelle piantagioni

dopo esser rimasta vedova, e soprattutto,

incarnavo nella realtà, in un modo tacito,

il sogno di Platone, di Kant, del Maestro Eckart,

di Rumi, di Kabir, di Shankara. Attraversavo

la città nella canicola, tutti mi dicevano buongiorno

e si scappellavano profondamente, nessuno

conosceva le mie stimmate.

Ed ero io sola ad assaporare la loro fusione come la neve,

la fonte che si versava nel mio primaverile abisso.

I miei occhi li sbalordivano,

ero una delle ricchezze del posto, come le rondini.

O voi che vociferate contro la differenza

degli esseri e la dissomiglianza tra uomo e donna, non dimenticatevi

neppure per un istante di Madame Reis!

 

 

UNA DEVASTAZIONE LUMINOSA

 

Ho chiesto ad un bimbo che camminava con una candela in mano

“Da dove viene questa luce?”

E subito lui la spense con un soffio.

“Dimmi tu dov’è adesso – ed io ti dirò

  da dove veniva.”

 

Hassan di Bassora

 

Un raggio di sole uscì dal verde che cresceva

e ferì le nuvole con un pugnale di ossidiana,

poi si attenuò in un pallido porpora e in un debole giallo

(mentre l’aria che bruciava tutt’intorno era attraversata

da schegge argentee). Un istante dopo, fuori

dal suo petto, un piccolo opale brillò ancor più

vagamente, e poi, nel suo centro, un altro ancora,

non più grande di un diamante comincia a splendere,

solo per spegnersi pian piano in guizzanti bagliori.

Più su, si udirono i battiti di un cuore,

ed il blu incandescente boccheggiava.

Le sue vene, appena visibili, pulsavano

in un movimento vesuviano.

Come dar conto – ora che attorno regna

la nudità suprema – di tutta quella luce

che era sgorgata dal nulla,

e della gentilezza e compassione

che permeava tutto, sicché uno si sentisse

avvolto in veli di mielato velluto,o gentilmente,

amorosamente accarezzato in un abbraccio paterno?

 

 

UN UCCELLO DELICATO

 

Ho visto gente attraversare la città

coperta da scialli di lana intessuti

con molti pacifici incantesimi;

sembravano uccelli chiacchierini

intenti a volare tra i rami dei ciliegi.

Ogni potente scossa avrebbe disfatto

i loro scialli e se il sole avesse

luccicato come un acido coltello,

tagliando tutto ciò che era carne,

essi si sarebbero azzittiti e si sarebbero lasciati

trascinare tra la ramaglia

da un vento alieno verso cieli simili

a padelle annerite dal fumo punteggiate di stelle,

senza più scialli di lana attorno ai loro colli,

senza più parole da buttar là

né simili al dire:

“L’uomo è un uccello molto delicato –

i suoi occhi sono limpidi; le sue ossa sottili.”

 

 

IL FUOCO MATEMATICO

 

Questa piccola cosa, un fiore che se ne esce sul prato da profondi abissi,

tiene tra le sue mani il fuoco matematico.

tanto tempo fa, senza rumore, posò il suo cuore

sull’altare della vita. Pensiero inframmettente, si appoggia

contro un albero parlante, di color porpora e carico di frutti

riflettendo sulla mitezza: uno specchio che teneramente ammorbidisce

queste orrende fiamme. Nel palmo della mano, attraversata

da un sussurro organico, sta una vindice spada in miniatura.

Solo in risposta ad un cenno certo ed impercettibile

questa piccola fragile creatura accede ad aprirsi verso il cielo.

Una fornace solare fa che la luce irrompa, e incandescenti

luci capitombolano lungo la fine lama della spada che

dondola calma. L’incertezza generale cade,

tagliata alle base, male oscuro, come la zizzania,

dovunque esso timidamente vegeti, ora.

 

 

LABORATORIO DI POESIA

 

Il poeta ha appena terminato la mise en scène della Morte

(che stereotipo per il pulsare delle viscere

di una bestia torturata, tronfante ed eterea!)

Poi, con il suo palmo asciutto, egli rimuove

il fumo e la fuliggine del sacrificio;

e le urla verso il cielo

d’un tratto cessano e – dove svaniscono?

Egli ripone accuratamente i suoi strumenti di scrittura,

si riveste in modo ordinato ed elegante,

indossa il suo mantello impermeabile,

esce dalla stanza

e monta su di un tram.

 

 

Traduzioni a cura di ANTONIO DELLA ROCCA

 

 

 

 

 

 

 

 

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Simona-Grazia Dima è poetessa, saggista, critico letterario e traduttrice. Nata a Timisoara, Romania, appartiene ad una famiglia di scrittori. Si è laureata all’Università Occidentale di Timisoara come migliore studentessa della sua promozione. Vive attualmente a Bucarest, dove lavora come editor presso l’Accademia di Romania.

 

Simona-Grazia Dima ha pubblicato 13 libri, di cui 10 di poesia, due di critica letteraria e la traduzione dall’inglese di un testo di Orientalistica. Scrive frequentemente sulle maggiori riviste romene. Le sue opere sono state tradotte in 8 lingue. Ha ottenuto diversi premi letterari con la sua produzione ed ha rappresentato il proprio Paese in diverse manifestazioni letterarie all’estero. È membro dell’Unione Romena degli Scrittori ed è segretario Generale del PEN Romania.

 

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