Luca Cipola

 

 

 

(Italia)

 

 

MEDJUGORJE, LA REGINA E L’AVVERSARIO

 

Il gatto osserva quieto interrogando le nostre danze d’amore sulle rocce che lacerano i piedi;

Vicka ci segue radiosa, con sguardo sbarazzino d’esile dijete.

Amica, tutti noi abbiamo una madre e dobbiamo esser degni del suo amore,

tu che per la prima volta piangi ed il segnale rende così distanti, moderni,

ma le lacrime non sono di coltan.

Le cicale smettono di cantare nel freddo mio cuore, Tu che lo svezzi di pensieri arditi

e prove come lame di coltello,

la luna è ora un sole che pulsa e si mostra integra e nuda ai nostri occhi umili e pacifici,

il tuo cuore di madre, forse,

luna che si sovrappone alla montagna e ci osserva, noi pensiamo con occhi amabili,

e Tu lì, forse..

Sale il nostro calvario ed incita a non sentire dolore,

no, no fratello, non è cinismo, è restare assorti, controllati e saldi di fronte alla ruota dei tempi

ed alle ferite che incombono lungo il cammino..

Madre, dammi la mano e aiutami a toccare ogni stazione, formella del tuo sentiero

perché l’eco d’ogni mistero, l’inciso d’ogni giaculatoria sappia del tuo profumo di viole

e di quel raggio che dal Križevac abbraccia il Podbordo e si diffonde nel tricolore della fratellanza slava.

Vela questi occhi ed i miei sensi già assopiti ma ancora sensibili al fascino d’una ghaziya nel suo yelek di porpora,

la danzatrice mi lusinga nella sua pelle fulgida d’olio e di miele che seduce,

il tuo corpo, Salomè, è solo cenere, la spoglia dell’avversario:

quale mente usurpi oggi, vile, quale testa reclami che possa galleggiare tra i liquami delle tue cloache ?

Cupido dell’ego, ego in persona, quale dardo cela la tua faretra ?

Forse tempo e solitudine e ti palesi come astio, superbia, giudizio insindacabile ?

Le tue leziose parole assertive m’inducono ad evitare e ti sostituisci a me, esibendo il mio vessillo

sul comune campo di battaglia tra bene e male.

Sto perdendo,

ma seduto su una roccia a soddisfare

una croce di legno che non è mancina falciatrice:

« Facili alle suggestioni, salvaci dal caos,

Kraljica Mira,

allontana da noi ogni estasi indotta che propone sogni di carta

e ci solleva alteri dalla terra, esitanti;

dacci un segno e misericordia,

noi che vaghiamo alla ricerca d’una prova tangibile, un po’ tutti San Tommaso,

noi, naufraghi in tua assenza

che spesso non sappiamo chi dorme al nostro fianco e la notte ci teniamo per mano;

qui è più facile ascoltarti ma sei ovunque anche se più porte ci dividono,

da Malkhut a Keter, alza questo sipario, Madre di tutti,

svela amore, umiltà e condivisione – possa captare subito questi raggi di luce –

altra esistenza non abbiamo, destaci dal sonno e tienici per mano,

non come i brevi bagliori di consapevolezza che la follia ci regala,

fa’ che sia per sempre e che, liberati dalle catene,

un cigno canti per ciascuno di noi.

Tu c’insegni che un fiore trae la sua bellezza dall’acqua e dal sole,

integri siano il seme e le radici perché abbia grazia e colore.

Aiutaci a credere in Te, in ciò che reale non si vede

per un disegno che appartiene a tutti

perché la nostra coscienza sia come un bimbo da svezzare e crescere

in una costante e paziente prova per poter esser degni della luce ».

Solo, ma tra fratelli che non distinguo, bevo la rugiada dei campi di lavanda,

un brillore di specchi le rughe dell’acque, pillole d’amore da un cuore ingrigito di ferite

– nonna che m’accompagnavi su un sentiero noto, la corte, le scale, tutto mutato,

futuro d’un tempo che s’è fermato –

adesso come credere se non trovo equilibrio,

se tra bene e male perdo e sbaglio, se nel disturbo io divento il male,

se già così rigido e difficile agli occhi dei simili non posso testimoniare il tuo nome,

esser da esempio,

come credere, Madre,

Tu che mi chiedi d’aver forza, avrai un dì misericordia d’un cuore malato?..

Ora che scendo le nude chine di calcare cinte da corone di spine,

lieti nella cortina di mille bandiere ove ci guidi e ti chiamiamo in ogni lingua,

aiutami, aiutaci a traversare la strada, Madre,

non lasciarci indietro ma neppure andar avanti, Tu, Figlia del cielo,

che rivolgi sguardo e parola ai fanciulli, i più piccoli,

della verità ricettivi nella loro purezza, assenza di giudizio e disincanto

come alvei di roggia della prima acqua sorgiva.

Bijakovici è un’arancia sul lato destro della valle, teli di stoffa penzolano

dalle baracche dei venditori di croci e santini, la notte impera, chiediamo ad essa

la clemenza di risparmiarci l’ultimo respiro nella coperta che dall’orizzonte

si dipana;

Madre, in quest’ora siamo più fragili e sentiamo più freddo, ci sovrasta lo smarrimento,

il timore, ma Tu, rimboccaci le coperte..

Uno zefiro di calce si leva quasi in segno di saluto,

« Gospa Majka moja » canta Divan, il dentista, « Gospa Majka moja » Amalia, tossicodipendente, « Gospa Majka moja »

Aran, commerciante di liquori,

« Zdravo Kraljice Mira » si leva da Alfred, calciatore, Gaudêncio, ex spacciatore, Francine, segretaria,

« Zdravo Kraljice Mira » da Ilie, contadino, e David, affetto da disturbo bipolare, « Zdravo Kraljice Mira » da Agnieszka, casalinga, Erzena, ex prostituta, Giovanni, banchiere, e ancora

Raimund, malato di cancro, Danica, pasticciera di Zadar, Adelina…

Il giudizio è miope dinanzi al velo che cela la verità dell’essere

ed io solo col male posso conoscere il bene ?

No, Madre, non son degno che Tu entri sotto il mio tetto, ma non lasciarmi orfano

tra le schegge del destino..

Vicka riflette lo sguardo di Miryam, ora di nuovo bimba, pietosa ed amorevole.

 

 

BORDERLINE

 

Vomitato da un letto di corsia su uno strame di canne,

la città grigia e suadente dalla schiena spezzata nella notte fumosa e vacua

ti vide fanciullo al riparo da significati e significanti

dentro un igloo di coperte,

quel mondo rifugio che di latte ti nutrì e vittima t’allevò.

Così la sorte prese forma come perla di conchiglia,

nel tuo nido crescevi senza inquietudini, recitando preghiere, giocando con pupazzi e macchinine, tirando la coda ai gatti.

Lo stagno assecondava la tua fantasia di navigare come Sinbad

e quella fata muta oltre il recinto di capre una mattina di maggio.

Già anonima presenza fra chi intorno condivideva i tuoi giorni

presagivi l’esclusione,

lo sguardo perso dai vetri d’un’aula sospirando casa e gli steli d’erba

d’un soffice giardino fragrante di camomilla.

Fu allora che Pandora aprì il vaso e bersagliarono lo sfigato, il cesso, spalla ideale d’ogni umorista, tu in mezzo agli altri nemico e differente, sommesso e diffidente,

i tratti sgraziati della prima trasformazione adolescenziale,

simulavi tagli alle vene e i primi lutti ti segnavano nel profondo.

Su un muro “Blocco Studentesco” ed il profilo di Mercury, l’ombra degli spinosi rami di biancospino..

L’amore platonico, giusto compenso da dismorfofobica visione, ti regalò un Getsemani

immaginario laddove un orto raccoglieva le tue lacrime sole nelle tenebre

d’un’estate non ancora matura.

A quale entità imputavi l’utopia d’una trascendente perfezione che ti separava da ogni realtà?

Vivevi nascosto,

tu che cercavi riscatto da un microfono inventato dinanzi a folla astratta,

immateriale come la tua seconda voce, identità dissociata, ma l’unica che percepiva

la tua usura interiore, quel subdolo male e sofferenza che portava sinanche le tue mani

ad esserti nemiche, quasi non fossero le tue.

Sepolto vivo, a pregare un egumeno con tratti d’angelo che suoni la carica a colpi di toacă,

ora – il mondo fuori

– condannato a terrena solitudine, nella riserva da te costruita come difesa dall’umiliazione,

autocondannato all’esilio, ma in quale terra, hai infine deciso?

Quella del primo bacio o della prima volta?

C’è chi t’osserva con aria da studio o forse di perplessità, compassione..

ti può aiutare questo?

Non importa gli occhi da lepre intimorita, intrisi di sangue, pesti

per il troppo rimuginio, le pupille dilatate dai fumi della promazina, la testa una mina pronta a esplodere,

nei dintorni c’è sempre un solitario, uomo di strada o donna dai facili costumi

pronti ad ascoltarti perché sulla linea di confine non trovi parenti o amici,

in preda al terrore solo sfiorato di chi osserva la pretesa d’un sorriso, quello che tu,

non potendo, non sai dare.

Occhi di camaleonte, volto asessuato, che suggi  l’ossigeno d’un logoro teppista immemore su un ramo sferzato dall’umore scostante e incostante,

il tuo cuore, la mente, per quanto contaminati,

non son mutati nel limbo d’un Bărăgan-Rjazan’ ove Nebunis ti punta alla gola un khanjar.

Fasci d’energia non distinta, lividi torrenti, nebulosa d’eventi, rotte

soffocate dall’oidio, redshift e stelle nane, blazar e pulsar,

questa la frontiera fra Yin e Yang?

Non v’è logica in te, non esiste filo conduttore, sei la vertigine messa al bando

e ti guardi alle spalle mentre cammini ché sei lo strano, il negativo,

potenziale serial killer agli occhi di alcuni, per te di molti normali

con problemi e comprovati mali, ma non come il tuo,

il tuo non è riconosciuto, si può dire infondato,

pare sia tu la causa del tuo male,

indice di fragilità e inadeguatezza, bimbo che se la prende per nulla,

non saluta e poi chiede scusa, piange e tenta di rimediare.

E nutrivi un culto per lei, invocavi il suo ascolto per dismetter quei panni che non amavi,

quell’abito cangiante e multiforme,

tessuto grezzo, di stracci, che evoca un disagio fuori moda

ma un istrione ha un solo costume di scena e dà fondo alla bottiglia,

non si guarda oltre quel vestito, da evitare quasi fosse infetto

e tu così pure eviti.

Non si prescinde dalla maschera; condannato all’eresia, umile straniero,

alieno alla massa che ti circonda,

il tuo sguardo spaventa e l’afasia ti rende muto, incapace d’esprimere ogni pensiero, idea, di sentire,

comunicare,

così oggetto di scherno sei cera che fuoco non modella, pozzo che acqua non colma.

Una mano ti blandisce e nel deliquio l’intreccio di due corpi come tralci d’edera,

i suoi freschi, fragranti capelli di tussah, come meritarli?

In bilico su un piatto della bilancia unirti ad altra anima e non ferirla?..

Il cuore tuo è coda di scorpione, visione irrelata, inedita cornice al contesto,

una terra di mezzo plasmata da pudico virgulto, sole nell’ombra della sua linfa vitale..

L’ambivalenza non ti concede di chiarire, cambiare

né ti consente di spezzare la catena, raccoglier le reti,

lontane le sere d’inverno infantili a lume di candela..

Lungo il viale dei gelsi l’orologio, schermo rotto, fissa le 16.15 e un bimbo fiero salta una pozzanghera;

la teenager, trucco nero deciso confessa all’amica di volersi rifare,

ha ecceduto col mascara,

il fratello dell’altra ha ventott’anni, ma a suo dire ne dimostra proprio meno;

la metro fila, rettile di galleria,

una fermata, l’universitaria sale e sorride con tenerezza

alle due confidenti,

forse memore d’una fase già conclusa della sua giovinezza.

La luna si spezza e del mattino scioglie l’ultima brezza;

Conciliazione, volontari della Croce Rossa, minio, no, sangue, materia cerebrale,

il fanciullo chiede alla madre cos’è, un avambraccio maciullato strappato dalla spalla,

brandelli di vita, l’anziana sta male, sirene, altoparlanti, l’impiegato bestemmia,

farà tardi in ufficio

e mentre il prete recita solenne le litanie dei santi,

furtivo tra le malcelate spoglie dell’incenso,

tu ci saluti, senza rancore.

 

 

Occhi sfuggenti,

Occhi che non ti chiedono cosa,

Occhi anemici che ti guardano assenti,

Occhi schivi – quante tempeste hanno sopportato;

Occhi indagatori – già sanno la Loro verità;

Occhi di riso soffiato, zucchero filato,

Occhi inca, occhi akan,

Oči čёrnye,

Occhi di sabbia – di quel deserto che la sabbia impedisce di scorgere,

Occhi olteni,

Occhi rom, occhi gagè,

Occhi Milano, occhi lontano,

Occhi profeti, sognatori, sì, sì,

occhi stelle, campi, di riso stanchi,

Occhi sinceri, tramonto di luna, rosso arancia,

una lacrima che non parte, l’aereo, respiro e carne,

Occhi d’orologio – lancette, virgole di tempo,

Occhi metallo,

Occhi da cavare,

Occhi da scavare, sabato, tutti i giorni,

Occhi di E.,D.,L.,E.,

Occhi il 7 luglio,

Occhi che pescano un giornale dalla fogna sotto casa

ed è parola del Signore.

 

 

TAPETUM LUCIDUM

 

Dalla cima

io vi osservo,

l’ultimo calice versato,

non rimane che stupore.

E non abbiamo terra,

non abbiam paese,

musici di Dio e Mammona,

bardi in esilio

che di lingua non loro

declaman versi.

Il cosmo è un semicerchio

che io sotterro,

una nuvola di tulle

nella trama degli eventi;

bimbo

mi muovevo a testa bassa,

ho ancora tracce di saliva

sulla bocca

e non son che un’ombra,

un gatto che sbadiglia,

dai suoi occhi, sì, vi osservo

e non rimane che stupore.

 

 

ARACNE ED IO NELL’ATTESA

 

Il ragno tesse la sua tela

e figlia unica più non sei;

tace la mia anima nel cuscino

e brucia incenso

sino a lenta agonia,

sii presente ma in congedo,

lucida e sana l’aria non vibra

e mi emozioni,

di sola pietra Sinai.

Ora impudente nutri i raggi

di una tela

che fili da mane a sera

e nell’officio

la pretesa di chiamarti vita.

 

 

L’EREMITA

 

Inesorabile

ti succede e

legge il tuo numero di maglia;

niente ti compete

ed a nessuno più appartieni;

chi t’ha creato era sventato,

lasci intendere a un dio

che incede lungo la scarpata.

Desti la terra,

ali di gelsomino

assume l’aria

quando severa t’investe la sera;

ma tu incurante

non ascolti le tenebre

né ti scompone il freddo

senza voce

che sgretola le ossa

dall’elegante carro

che scruti sussultando

quale insetto

parco di memorie

a eriger altari di pietra

ove inesorabile affonda

 

 

T’ho raccolto e rotolavi

recata da un filo di vento,

Nyx la veste nera

quand’Ecate rapiva

e portava lontano;

t’ho raccolto e seminavi,

io partivo,

le valigie da uno spago,

l’intima essenza

a pelle

quasi cucita da un ago…

 

 

Il tempo s’è fermato

e loro sempre uguali con la solita superbia;

il mio cuore in affanno a sertralina,

intorpidito,

la Venera nera

che il destro ottunde,

un felino che nel gioco desta;

alla porta chi

la giostra chiama,

lacrima di nylon

al pianoforte spenta,

la tua essenza di pelle da cacio

ove siepe si leva, rosso sangue

il tramonto dell’eros;

e saziare la mia sete

senza Gerico lontana…

 

 

 

 

 

 

 

 

____________________________________________

 

Nota biografica

Luogo e data di nascita: Milano, 17/11/1975

 

Poeta e traduttore dall’italiano al romeno e dal romeno all’italiano.

Redattore della rivista“Sfera Eonică” di Craiova (Romania) e collaboratore in “Boema”, “Climate Literare” e per la rivista internazionale online “Starpress”.

 

Riviste letterarie romene su cui ho pubblicato:

 

  • Oglinda Literară
  • Nord Literar
  • Luceafărul
  • Ecouri Literare
  • România Literară
  • Apostrof
  • Vatra
  • Basarabia Literară
  • Moldova Literară
  • Revista Literară Bucovina
  • Actualitatea Literară
  • Caiete Silvane
  • Revista Argeş
  • Cervantes
  • Vatra veche
  • Revista Armonii Culturale
  • Onyx din Dublin
  • Mozaicul
  • Lumina Lină-Gracious Light din New York
  • Lumea Românească
  • Revista A.V.A
  • Revista Zeit
  • Revista Regatul Cuvântului
  • Litere
  • Nomen Artis
  • Citadela
  • Destine Literare din Montréal
  • Dăruiri literare
  • Lohanul

 

Riviste letterarie online su cui ho pubblicato:

 

  • Agonia.net
  • Visul
  • Onestiul Cultural
  • Poezii.biz
  • ClementMedia
  • Editura Mateescu
  • Confluenţe Literare

 

Riconoscimenti:

 

2012:

  • Premio I nella sezione Poesia al Concorso di Creazione Letteraria “Visul” – VII Edizione;
  • Premio speciale della rivista “Boema” come miglior collaboratore straniero in seno al Festival Nazionale di Letteratura “Prietenia cuvintelor” di Galați.

 

2013:

  • La mia traduzione delle poesie di Denisa Lepădatu ha consentito alla giovane poetessa romena di ottenere la medaglia d’argento al Premio Internazionale « Giovani e Poesia » di Triuggio, XXII edizione;
  • Premio di segnalazione nella sezione “Poesia Lingua” alla XVII Edizione del Premio Internazionale « ARTE E CULTURA 2013 » di Castel San Giorgio (SA);
  • Premio III nella sezione Poesia al Concorso Internazionale di Poesia e Prosa “Limba noastră cea română-Starpress 2013”, organizzato dalla rivista romeno-canadese-americana “Starpress” in occasione della Giornata della Lingua Romena, il 31 agosto;
  • Premio II nella sezione Poesia al Concorso Letterario Internazionale “Visul” – VIII Edizione.

 

Apparizioni in volumi collettivi:

 

  • Versione in italiano del libro “Judecata de apoi”, edizione bilingue, di Petre Rău, Editura InfoRapArt, Galați (Romania), 2011;
  • “Mirajul mamei – cele mai frumoase poezii despre mamă”, Editura InfoRapArt, Galați (Romania), 2012;
  • Seconda prefazione al libro “Primăvara fără sigiliu” della poetessa Denisa Lepădatu, Editura InfoRapArt, Galați (Romania), 2013;
  • Versione in italiano del libro “Cercuri concentrice”, edizione multilingue, di Ileana-Lucia Floran, Editura Emma, Orăștie (Romania), 2013.

 

Antologie:

 

  • MERIDIANE LIRICE “Aripi de vis”- Ed. Armonii Culturale, Adjud (Romania), 2013.

 

Altri lavori:

 

 

 

Recensioni e articoli:

 

 

 

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