Laura Silvestri

 

 

(Italia)

 

 

 

“Resistir bajo los colores del arco iris”:

Esther Andradi tra Argentina, Perù Germania

 

Come nelle favole.  Esther Andradi è una scrittrice argentina che vive in Germania dopo aver trascorso parecchi anni in Perù. È autrice di racconti, saggi, romanzi e  curatrice di due  antologie[1]. La sua ultima opera è Berlín es un cuento, pubblicato nel 2008, in cui convergono gran parte  dei temi e  motivi dei suoi testi precedenti.

 

 

Il romanzo racconta due storie. Una è quella di Bety (che rimanda per molti aspetti all’autrice, anche se  un’epigrafe iniziale avverte «Cualquier semejanza con la realidad es pura imaginación»[2]),  una ragazza argentina che negli anni 80 si trasferisce a Berlino per seguire Jan, conosciuto in Perù, dove lei era giunta al seguito della madre,  fuggita per paura della dittatura, e lui in cerca di allucinogeni. E l’altra è la storia  del romanzo che da anni Bety sogna di scrivere, svegliandosi la notte per riempire mentalmente i fogli che mai riesce a redigere davvero. Ma non appena si rende conto  che l’amore per Jan non è corrisposto, Bety (o la Novelista come lei stessa si definisce) capisce che solo la letteratura può salvarla. Pensa a un romanzo, un racconto, una poesia, un saggio: qualsiasi cosa pur di vincere il premio in grado di riscattare la sua vita da emigrata «sindinerosinoficiosinidiomasinlugar» (p. 120). Così, la scrittura del romanzo s’intreccia con il racconto della sopravvivenza illegale. Un racconto «de amor y anarquía» (p. 107), d’esilio e ricordi,  dove okupa e naziskin, politica e utopia, cruda realtà e poesia tracciano lo scenario  della Berlino Occidentale, a ridosso della caduta del muro.

A chi le chiede che genere di romanzo stia scrivendo, Bety  risponde «una novela de aventuras, de ciencia ficción y de autoayuda» (p. 168). In realtà,  Berlín es un cuento non è classificabile. Mischiando introspezione e ironia intreccia una grande varietà  di discorsi: filosofico,  politico,  sociologico,   metalinguistico e metaletterario (per non parlare poi dei tanti versi di canzoni disseminati in ogni pagina).  È quindi un esempio di letteratura postmoderna e postcoloniale: quel tipo di letteratura senza fissa dimora che sovverte  tutte le concezioni tradizionali, facendo apparire completamente obsoleta ogni pretesa di  purezza e identità culturale.

Tuttavia,   pur di carattere  multiculturale e multilinguistico (a parole e  frasi in tedesco si uniscono spesso  espressioni in inglese e francese), il romanzo si situa nella linea della grande narrativa ispanoamericana che va da Julio Cortázar (non a caso uno dei capitoli si intitola Casa tomada, come uno dei più famosi racconti dello scrittore argentino) a Mempo Giardinelli (il cui Final de novela en Patagonia  racconta di uno scrittore che  riesce a terminare il suo romanzo scrivendo, appunto, il diario del suo viaggio).  Allo stesso tempo, però,  appartiene anche alla letteratura femminista: sovente affronta tematiche di genere,  a volte parla di Rosa Luxemburg ma, soprattutto, quando Bety scrive alla madre una lunga lettera a mo’ di  ricetta di «torta de queso» (p. 127) induce a pensare a tutte le scrittrici che  hanno raccontato la loro vita attraverso  quella che Sor Juana Inés de la Cruz chiamava «filosofías de cocina»[3].

Proprio per la sua situazione  nomade, che le permette  di attraversare mari e continenti,  amalgamando lingue e stili di vita diversi, Bety all’inizio non sa da dove raccontare la sua storia:

¿Cómo explicar el cambio que significó el encuentro de lo propio con lo  ajeno, ni la extrañeza que rodeó aquella residencia? ¿Cómo encontrar las palabras adecuadas para formularlo con la contundencia necesaria para que sea comprensible? Había buscado esa ciudad en los libros pero todos la narraban desde un lugar que no era el suyo. ¿Desde dónde contaría ella la historia? ¿Desde la inmigrante perpleja frente al bienestar, el funcionamiento, la meticulosidad? ¿Desde el deslumbramiento por la utopía para transformar la vida, desbordando la izquierda provinciana? ¿Desde la extraña, la transeúnte, la pasajera? ¿O desde la loca de amor? ¿Qué deuda tenía con la verdad, con el testimonio de lo que fue? (p. 46).

 

La ricerca del luogo dell’enunciazione diventa così anche la ricerca da parte sua di un posto in un mondo che sta cambiando vorticosamente. Di fatto, nel romanzo appaiono via via molteplici luoghi  ai quali corrispondono altrettante realtà umane che si mischiano ai  ricordi  di Bety, legati soprattutto alla sua residenza in Perù.

In questo modo, Perù e Berlino si trovano  legate da un «corredor invisible» (p. 22) che crea un caleidoscopio di diversi e contrastanti  spazi, componendo «una geografía de aire, diseñando rutas e itinerarios para elegidos» (ibidem). Su tutto però si staglia la città tedesca, il  luogo privilegiato  raccontato da vari punti di osservazione: attraverso la vita quotidiana e nella sua dimensione letteraria. Visto attraverso la delusione amorosa, la perplessità, la malinconia, la rabbia,  la curiosità e la sorpresa. Ma soprattutto attraverso la memoria. Nell’ultimo capitolo, dopo aver ricevuto la lettera di espulsione,  Bety chiude gli occhi e ricorda. Può così  finalmente comprendere che Berlino è il posto in cui vuole stare «hasta el fin de sus días» (p. 211)  e riuscire a  raccontare la propria storia come fosse una favola[4].

A una favola, infatti,  rimandano  non solo  il titolo del romanzo, ma  anche   i colori  che vi prevalgono, dato che  il bianco, il nero e il rosso  dominano la scena dei due racconti come succede, appunto, nelle fiabe[5]. Ma mentre nelle fiabe, che sono narrazioni arcaiche sopravissute alla cultura orale, questa  triade cromatica corrisponde ai primi stadi  evolutivi della percezione del colore[6],  in Berlín es un cuento, il bianco, il nero e il rosso, oltre ai loro significati universali, raccolgono, da un lato, la specificità di Berlino e, dall’altro, le caratteristiche della scrittura dell’autrice.

 

Due storie in bianco e nero.  Basta aprire il libro per rendersi conto immediatamente che qui l’ ovvio contrasto tra il bianco della pagina e il nero della scrittura  è del tutto peculiare. Ciò deriva dal fatto che le due storie, attraverso le quali si snoda il romanzo, si distinguono per il diverso carattere tipografico: il romanzo che Bety vorrebbe scrivere è in grassetto, mentre il racconto del suo arrivo e della sua permanenza a Berlino è in caratteri normali. Se poi si comincia a leggere ci si accorge che alla differenza tipografica corrisponde una differenza strutturale. Mentre la storia della residenza berlinese di Bety ha un andamento lineare, dato che si svolge nella successione cronologica, il romanzo fantasticato è costruito per lo più da immagini  per comprendere le quali bisogna seguire il processo metaforico e analogico proprio della poesia. E il carattere poetico è sottolineato anche dal fatto che,  alla fine,  le frasi finiscono con l’articolarsi   in brevi  segmenti, la cui frammentazione  non è motivata dal significato, come succede appunto nel discorso in versi e come si può verificare dal seguente stralcio:

 

                                Lanzados, arrojados, desintegrados, desmembrados.

                                Lo que una vez fue pulsión de encuentro, enlace, inte-

                           gración y convivencia se esfuma, se aparta, se mutila.

                                Cada uno por su lado. Buscando su idéntico en el

                           espejo, destrozando la pasión por la diferencia.

                                 Todos contra todos, condenados por la fuerza de la tie-

                            rra que tiembla y el cielo que estalla.

                                 El futuro se disuelve.

                                 Agua y fuego, hasta que las bacterías retornen al lugar

                            de donde vinieron.

                                  Polvo de estrellas.

                                  Basura de cometas (p. 207).

 

Che si tratti di due storie diverse è comprovato dal fatto che mentre la vita di Bety è divisa in tredici capitoli, ognuno dei quali ha un titolo (Viaje de raíz; La novelista; Unbehagen, El extranjero; Agonía de una anarquista; Cenizas, sólo cenizas; La loca del papagayo; Casa tomada; Pobre vaca; Los cuerpos; Cadenas; La cadena milagrosa; Cierra los ojos y se acuerda),  il romanzo immaginario, intitolato Tres Traidoras,  è diviso in diciannove parti, contraddistinte da numeri  romani.  Inoltre, ognuna delle due storie può essere letta separatamente. Così, da un lato abbiamo  la vita di Bety e dei suoi amici e, dall’altro, le tre donne del titolo (la bella, la gorda, la vieja) che lottano per affermare una cultura  alternativa, incentrata sulla  passione, la compartecipazione, il sapere del corpo.

Eppure, nonostante le differenze, i due racconti sono intimamente legati. Non solo  perché spesso si comincia con uno dei due per continuare con l’altro, ma anche perché  a volte sono sintatticamente, simbolicamente o semanticamente connessi come in questo caso:

XVIII

Locas. Dicen que están locas. Locas de amor, de derrumbe, de deseo. Locas por la justicia. La locura es poesía urbana. En el delirio se concentran frustraciones, alegrías, descalabros, furias y desmesuras de una sociedad y se plasman en la calle como un árbol florecido o una vidriera. Locura es paisaje urbano, la pieza que define el puzzle, la fruta que destila el jugo. Y cuando la sociedad no puede tolerarla, la borra, la inyecta, la lobotomiza. La condena a encierros en manicomios secretos. En vano se empeña en aniquilar la carcajada vital frente a la estupidez de la normalidad. Cada sociedad tiene su alfombra para hacer desaparecer sus locos y  locas. Que los pongan debajo y los pisen, no significa sin embargo que hayan terminado con ellos. Solo han escondido por un instante la poesía, han amordazado las bocas para que callen, han maniatado los cuerpos para que no dancen, pero igual permanecen, como los libros que nadie compra, circulando entre catacumbas.

 

Palabras pronunciadas desde la cuna. Lenguaje de las veredas.

 

-En el Perú hay un loco encerrado en un manicomio que escribe. Escribe para no volverse cuerdo- dijo Bety.

– Cómo se llama?- inquirió el Alemán mirándola con los ojos  de un venado  que acaba de ser alcanzado por los disparos  del cazador (pp. 119-120).

 

Ma non solo. Ogni tanto qualche parola o brano in grassetto compare anche nella parte tipograficamente normale che, a sua volta,  si adegua alla struttura poetica del romanzo immaginario, dato che le frasi non riempiono per intero le pagine, come succede di solito con la prosa, ma avanzano tra vari spazi bianchi, quasi a voler  imitare lo sperpero del discorso in versi:

 

Dos días más tarde, muy temprano, los timbrazos arrancaron Singrid de su cama. Parecía de madrugada, por la oscuridad y la niebla. Era Bety. Después de viajar  toda la noche atravesando el país en tren y con un sandwiche de queso en la panza estaba ahí abrazándola.

 

-Vas a ver que todo saldrá bien- le había dicho Bety-

 

Por lo demás, esta vivienda, destinada a convertirse en escenario  de los más bravos acontecimientos del área privada, estaba en un edificio desahuciado. Con una topadora en su futuro. Pero entonces todavía era un secreto para sus habitantes (p. 59).

 

In questo modo è un po’ come se il romanzo che Bety sogna di scrivere illuminasse la sua avventura personale (che non a caso risulta  sbiadita rispetto al nero intenso del grassetto in cui  il romanzo immaginario è scritto), riscattandola dalla banalità della biografia e della storia.

Il bianco e il nero, però, non hanno solo il significato  del fare artistico, del controllo e della gestione della pagina[7], ma sono anche i colori che denotano Berlino.

 

 Bianca Berlino. Di solito il  bianco e il nero sono, con il grigio, i colori emblematici delle città moderne in quanto riproducono in maniera fotografica la loro assenza di colore[8]. Tuttavia,  per quanto riguarda la città in cui si situa Berlín es un cuento, bianco e nero rappresentano  i  poli attorno ai quali si muove la protagonista nella sua situazione di spaesamento.

Essendo una città in cui è «invierno todo el año» (p. 31), Berlino è per forza di cose dominata dal bianco. Della neve, della luce artificiale, del gelo. Ma  anche del vento:

 

La calle era un embudo. Se interrumpía, literalmente se cortaba, y el cuerpo entero podía ser devorado por el viento, viento ancestral del Este que reducía cualquier resistencia a cero, y ellos parecían deslizarse sin voluntad ni deseo en el agujero blanco inmaculado de la dispersión y liquidación. La materia volaba,  prohibida  la ley de Newton, aquí funcionaba la Zona, el determinismo astrológico y el vértigo histórico, todo a punto para desvanecerse en este agujero sin tiempo de la luz (p. 32).

 

Colore del freddo, il bianco diventa allora il colore della morte, della paura di sparire nel nulla, di disintegrarsi nel vuoto dell’assenza e  della mancanza. Non stupisce quindi che si associ al nero e anzi  converga in esso[9]:

Estaban caminando esa tarde de otoño cuando los sorprendió el viento, una furiosa bocanada de aire frío y compacto, un remolino que se deslizaba por las paredes de un edificio redondo. La vereda amplia y pulcra terminaba de pronto, como cortada por una navaja,  la niebla brotaba desde el piso, parecía que la noche se aplastara contra el suelo (p. 32).

Immersa nel gelo e nell’oscurità di Berlino, Bety  riflette questi due colori  anche nel suo romanzo immaginario il cui incipit (che è poi l’incipit di Berlín es un cuento) si apre proprio con il binomio bianco-nero:

I

El ulular  de sirenas lo despiertan. Un griterío atraviesa las paredes. Se asoma a la ventana. Su piso es el cuarto en este edificio de cristal y mayólica blanca y negra, estética minimalista y millonaria. Una sofisticada delicadeza implantada en medio del tráfico de estas ciudades modernas […] (p. 13).

 

Questo particolare, nel suggerire che lo scenario di Tres Traidoras  (che peraltro non viene mai menzionato) possa essere lo stesso in cui si muove Bety, la porta a identificare Berlino con la pagina da riempire, con la conquista del bianco,  emblema di un vuoto che, proprio in quanto tale, virtualmente contiene infinite possibilità. Non a caso è proprio Berlino la parola dalla  (e con la) quale la protagonista comincia a scrivere:

Durante  años soñó con esta historia. Se despertaba por  las noches con el comienzo preciso, las palabras exactas, el primer párrafo. Después volvía a dormirse. Las preguntas las desvelaban, y las respondía escribiendo textos en el aire, infinitas cuartillas mentales que jamás se hacían reales, y volvía a dormirse. Había una punta. Tenía que comenzar a contar desde la ciudad que fue. Entonces escribió Berlín (p. 45).

 

D’altra parte è la stessa Bety ad ammettere «Busco en el exterior aquello que marca mi vida» (p.46). E, di fatto, nella città «extraña» (p. 33), «controlada» (p. 48), «amurallada» (p. 65), «cercada» (p. 86), «dividida» (p.56 ) «caótica» (p. 44), lei  riconosce se stessa.

Ma per capire come avvenga questo processo di immedesimazione, bisogna tornare  al fatto che quando pensa alla sua vita passata, Bety  si riferisce soprattutto al Perù. Dell’Argentina parla solo in rare occasioni e solo in termini di esilio ed emigrazione. Come quando vuole spiegare i motivi per i quali in Germania l’America Latina comincia ad essere di moda:

los exiliados de las sangrientas dictaduras del Cono Sur comenzaban a habituarse a una situación que  habían creído como transición y que amenazaba con extenderse más de una década. El éxodo político se había iniciado en Brasil y el Uruguay, continuando con Chile y Bolivia y luego se completaba con Argentina. Cuando ya no quedaban países limítrofes donde esconderse, muchas familias se vieron obligadas a cruzar el océano. Y aunque solamente un reducido número de refugiados encontró un lugar en los dos países del territorio alemán, hasta las minorías ejercían su influencia (p. 22).

 

Oppure quando riflette sulla propria condizione di espatriata:

-Hace siglos que vengo huyendo- aseguró Bety cuando le preguntaron de dónde venía. Pero sólo ella sabía que era cierto. Los argentinos expulsados de su país que por entonces daban vueltas por el mundo ya no provenían de Buenos Aires sino de destinos tan disímiles como Lima, México o Sao Paulo (p. 41).

 

Per il resto, se qualcosa le ricorda il paese natale,  si rifiuta persino di nominarlo («En el puesto tomaron un colectivo, un autobús de los años cinquenta, celeste y blanco, como la bandera de un país de cuyo nombre no quería acordarse», p. 71). Questo perché «Raíces ya no había, y las que le quedaban dolían como las de un diente maltratado» (p. 41). Ecco allora che, incapace di pensare al  suo paese, diventato teatro di uccisioni e persecuzioni di massa, Bety si trova a vivere tra due vuoti: quello del passato e quello del presente.

 

La memoria. Nella sua situazione deprivata, Bety trova però un punto di riferimento, grazie al quale riesce a recuperare il senso di appartenenza e il ricordo della patria lontana:

seguía con asombosa perplejidad los intentos de desmontaje de símbolos de aquellos jóvenes que rechazaban  la bandera y se negaban a  entonar las estrofas del himno nacional. Mientras tanto pensaba en la patota que hacía patria matando, y en la bandera del mundial de fútbol del país de su corazón, y en  alta  en el cielo un águila guerrera que cantaba todos los días cuando tenía cinco años, y en la caza de los que querían reemplazar la celeste y blanca por un trapo rojo… si habría tanto para comparar, pero lo único que le interesaba era aprendere alemán, hablar alemán, entender a los alternativos, los locos ocupantes de casas que tenían toda la esperanza en esta ciudad (p. 140).

 

Si tratta di  tutta quella gioventù  tedesca che per evitare il servizio militare o civile (o forse anche per sfuggire al provincialismo delle loro città) si è rifugiata nella   Berlino Occidentale, trasformandola in un luogo anticonformista e alternativo.  Criticando l’occupazione dei paesi  apparentemente  liberi e democratici (Francia, Stati Uniti  e Inghilterra),  questi giovani  hanno creato la loro utopia anarchica e rivoluzionaria. Ma, a differenza della generazione del 68 che voleva  abbattere il potere, essi hanno altri progetti: occupare case disabitate, vivere in comune e considerare l’ America Latina il terreno propizio per alimentare i loro sogni.  In più, le ragazze  lavorano a ferri contro il consumismo,  si nutrono di cereali e prodotti biologi, a patto che provengano da luoghi politicamente corretti e, per sfidare il sistema,  si rifiutano di fare figli.

Bety, che non ha alcun progetto a parte lo scrivere un romanzo che sia la testimonianza di un momento storico in procinto di scomparire (o meglio: la testimonianza del momento prima che la «historia» si trasformi in «histeria colectiva», p. 202), prende esempio da loro. Come scrive nella lettera alla madre, è da loro che prende la forza e la passione (ma anche l’allegria e il calore) per rompere il ghiaccio che la separa da se stessa e dalla realtà circostante:

 

Contar la historia, mamá, la ciudad, el grupo, la ida de un puñado de soñadores recibiendo una nueva década […] y la banderas negras y rojas de las casas ocupadas ondeando en una ciudad enfervorecida, un tiempo intenso como pocos, de experimentación y  goce, de corte con el pasado violento y apostando al futuro,  es un desafío mamita. Contar la historia desde la fiesta y el regocijo, el placer  del nacimiento de una nueva cultura, querida mamá, que estás allá y te extraño y me facen falta nuestras tardes cómplices y tus secretos y las fotos que no llegan, que se pierden, dicen, que lástima ¿no? Que no estás aquí para vernos… Resistiendo bajo los colores del arco iris… entre tanto invierno (p. 127).

 

È grazie a loro infatti che riesce non solo a considerare Berlino come il territorio della libertà, aperto al desiderio e alla speranza, ma anche a recuperare la memoria e, con la memoria, la possibilità di riempire finalmente le pagine del suo libro. Non per nulla tutti  quei giovani sono vestiti di nero. Nero come l’inchiostro necessario a scrivere il romanzo e  come i rifugi sotterranei in cui le tre protagoniste del romanzo immaginario  vivono nascoste, rifiutando ogni manifestazione del potere.

 

Il colore della rinascita.   Se Bety decide di «contar la historia desde la fiesta y el regocijo» è perché con il recupero della memoria della vita trascorsa in Argentina (il ricordo dell’inno cantato ogni giorno) recupera il tempo libero e felice dell’infanzia. Ed è appunto questa connessione con l’altra se stessa che le conferisce quell’identità-alterità necessaria a dare un senso al proprio vissuto, trasformandolo in una storia. Fittizia come un romanzo, ma altrettanto verosimile. Nello stesso tempo,  il lontano ricordo si configura come l’ avvenimento simbolico per eccellenza. Ovvero: il momento che determina tutto il modo di essere del soggetto: il suo particolare linguaggio e la sua particolare visione del mondo[10]. Di fatto, possiamo supporre che sia il canto combattivo appreso nell’infanzia a portarla a simpatizzare con la ribellione dei giovani alternativi e nello stesso tempo a indurla a dare una forma poetica (una forma di canto, appunto) alla guerra contro ogni forma di ingiustizia e  violenza, intrapresa dalle tre protagoniste del romanzo immaginario.

L’originalità di Berlín es un cuento sta  nel continuo andirivieni  tra il dentro e il fuori, tra il familiare e lo strano,  grazie al quale Bety riesce a ricrearsi una patria allargata, senza però mai tagliare  con quella d’origine alla quale è indissolubilmente legata dalla lingua:

La lengua, el lenguaje, las palabras con las que vino al mundo. ¿Qué sería de ella sin la poesía, si le faltasen el par de libros que trajo en su maleta? ¿Qué sería de ella si nadie nunca jamás le escribiera una carta en su idioma, si nadie más le hablara en español..? Entonces pensó en la infinita soledad de su abuelo en  un país de extraños. Había dejado atrás una tumba fresca,  la de su padre – su madre lo hizo huérfano al nacer -, y una guerra contra la ocupación, y había llegado a un país al otro lado del mundo con la presión definitiva de inventarse un territorio o morir en el intento. La necesidad de construir una identidad, un nombre que perpetúe su paso por esta tierra y justifique su existencia.¿Con quién podrían hablar sus antepasados de la historia perdida? ¿Que tremendo hueco horodaba sus almas? ¿Y cómo iba a proteger, ella, sus señas durante el viaje? ¿Existía otra posibilidad que no sea el olvido? ¿La muerte del pasado?  ¿Quién contaría historias, cuando salía lejos de casa? ¿Qué era mejor? ¿Hoy o ayer? ¿Qué buscaban los migrantes? ¿Qué encontraban? ¿Qué era un hombre o una mujer sino sus cuentos, su pueblo, su niñez? (pp. 141-142).

 

Qui ci si riferisce al nonno paterno dell’autrice che, proveniente dalla Siria, anche lui si era trovato a vivere in una  terra straniera.  E come lui si era aperto alle possibilità offerte dal nuovo paese, l’Argentina[11],  allo stesso modo lei si  apre alla novità, rappresentata  da Berlino. Può così aggiungere un altro mondo a quello che già possiede, facendoli coesistere e sentendosi parte di entrambi. Uniti, ma non fusi. Come le due storie di Berlín es un cuento. Come la stessa  Berlino, «un ciudad con dos en una, un cerebro con dos emisferios, separados por el cuerpo calloso» (p. 46). Come i colori che vanno a poco a poco affiorando nel romanzo.

Tra i tanti un ruolo particolare spetta al rosso dato che   rosse sono le bandiere che sventolano sulle case occupate[12] e rosso è il sangue mestruale con il quale le protagoniste del romanzo immaginario castigano chiunque osi umiliare,  aggredire, maltrattare una donna:

-Ésta es tu oportunidad, -le dicen, cuando ingresan en un paso de baile las siete  bellas de la sangre, las mentruantes.

[…]

 

Y las mujeres que se aman en aromas de sándalo y en lavanda y el joven que grita que no, que basta, y una de las bellas menstruantes se acerca, se quita los paños empapados en sangre y le da de beber en la boca.

[…]

 

Y las jóvenes se van quitando una a una las esponjas  húmedas de su entrepiernas, y vierten el rocío de su sangre mientras los gritos guturales se suceden, y el fuego arde (p. 156).

 

Se il sangue costituisce di per se stesso la facoltà vitale , quello mestruale ha un significato più ricco in quanto è l’ elemento straniante che stabilisce il punto d’ inizio e di fine della vita, il ciclo continuo di morte-rinascita . Ben rappresenta, dunque, il percorso compiuto da Bety e il suo nuovo modo di concepire se stessa e il mondo.

 

 

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[1] Questa la lista delle sue opere: E. Andradi, Ser mujer en el Perú, Lima, Ediciones Mujer y Autonomía,  1978/Lima,Tokapu Editores, 1979); Chau Pinela, Lima, Ediciones Tigre de Papel,1988; Come, éste es mi cuerpo: 30 textos eucarísticos 30, Buenos Aires, Último Reino, 1991/ 1997; Tanta Vida, Buenos Aires, Simurg, 1998; Sobre Vivientes,  Buenos Aires, Simurg, 2001 e, con testo a fronte tedesco-spagnolo Uber Lebende/Sobre Vivientes,  Zürich, Verlag,  2003;  Berlín es un cuento, Córdoba, Alción, 2007/ Barcelona, Anagrama, 2008;  Vivir en otra lengua:  literatura latinoamericana escrita en Europa, Buenos Aires, Ediciones Desde la Gente,   2007 e Comer con la mirada, Buenos Aires, Ediciones Desde la Gente,  2008.

[2] E. Andradi, Berlín es un cuento, Córdoba, Alción Editora, 2009, p. 9. D’ora in avanti  il numero delle pagine delle citazioni, che sarà riportato direttamente nel testo, si riferiscono a questa edizione.

[3] Si veda il mio articolo Come, éste es mi cuerpo: la estética culinario-eucarística de Esther Andradi,  in corso di stampa negli Actas del XVII Congreso AIH, Roma 19-24 luglio 2010.

[4] Come racconta la stessa autrice in un’intervista (L. Pulido Ritter, Berlín tiene esa fascinación…, http://www.laestrella.com.pa/mensual/2010/10/10/contenido/285373/.asp)  il libro è stato scritto alla fine degli anni 90, quando era tornata a vivere in Argentina dopo vent’anni di assenza.

[5] Nel primo stadio esistono solo il bianco e il nero (brillantezza della luce  vs opacità del buio), mentre nel secondo  stadio emerge il rosso come colore comprensivo di una vasta area cromatica (giallo, marrone, arancione, rosa, viola…).  Cfr. S. Calabrese, United Colors: la fiaba come relitto narrativo,  in S. Calabrese – D. Feltracco, Capuccetto Rosso: una fiaba vera, Roma,  Meltemi, 2008, pp. 7-45.

[6] Ibid., p. 29.

[7] Cfr. A. Castoldi, Bianco, Firenze, La Nuova Italia,  1998.

[8] Cfr. M. Brusatin, Colore, in Enciclopedia, Torino, Einaudi, 15 voll., III  tomo, 1978,  p. 409. In effetti, anche qui  domina il grigio: «el cielo de Berlín que suele tener un único color gris en el otoño» (p. 95); «Su departamento estaba en un edificio enorme de color gris oscuro como eran  todas  las  casas en aquel invierno alemán  del  80» (p.101).

[9] Come il suo contrario, il nero, il bianco si situa ai due estremi della gamma cromatica,  significando sia la totalità dei colori, sia la loro completa assenza. Si colloca, così,  tanto al principio quanto alla fine della vita.  Non a caso in molte culture (in Oriente, ma anche  alla corte dei re francesi) il bianco è il colore del lutto e del cordoglio. Cfr.  J. Chevalier – A. Gheerbrant, Blanche, in  Dictionnaire des symboles, Paris, Lafonte- Jupiter, 1969, sub vocem.

[10] Si veda  C. Sini, Il simbolo e l’uomo, Milano, EGEA, 1991 e anche I segni dell’anima.   Saggio sull’immagine,  Roma-Bari, Laterza 1986.

[11] A questo proposito si veda il testo qui inserito   dell’ autrice,  la quale in una recente mail mi  ha scritto: «Mi abuelo Alejandro (originariamente Ali) el árabe, era nativo de Oms, Siria. Sólo sé que se embarcó a los 18 recién cumplidos con otros jóvenes como él que huían de ser reclutados  por el ejército del Imperio Otomano, en guerra contra franceses e ingleses. De su huida, probablemente como polizonte en un barco que salió de Tripoli rumbo a Marsella, no tengo más información que algunas hilachas que la familia solía contar. Sé que trajo consigo una Biblia, y que no tenía pasaporte, por eso su nombre fue cambiando en cada puerto, y los idiomas de cada país, hasta transformarse en Alejandro Andradi, el apellido que me llegó. Hace años que rastreo su historia a través del Mediterráneo, cruzando el Atlántico en busca de « América »…acaso sin saber que había al menos « tres » Américas. Él  llegó a la del Sur, y ahí se pierden los rastros de todos sus acompañantes».

[12] In realtà  sono  rosso-nere, il colore dell’anarchia. Ma in Berlín es un cuento questo binomio cromatico rappresenta anche l’amore dato che, riferendosi ai  progetti matrimoniali con Jan, Bety dice: «Vendrán todos de negro y yo de rojo, rojas las rosas, rosas las ondas, rojas las cabelleras todo rojo en autos negros» (p.72).   Come il rosso, anche il nero può rappresentare la vita. Non la vita che esplode, come nel rosso, ma la vita  latente.  Il nero rappresenta infatti  il mondo nascosto sotto la realtà apparente,  l’oscurità in cui avviene la rigenerazione (cfr. Noir,  in J. Chevalier – A. Gheerbrant, op. cit., sub vocem). Per questo le protagoniste del romanzo vivono nei sotterranei: per esplorare l’oscurità e riconoscersi in essa. Perché:  «Sólo de la caverna oscura llega el brillo capaz de acabar con tanta opacidad» (p. 67).

[13] Si veda P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997.
In realtà sono rosso-nere, il colore dell’anarchia. Ma in Berlín es un cuento questo binomio cromatico rappresenta anche l’amore dato che, riferendosi ai progetti matrimoniali con Jan, Bety dice: «Vendrán todos de negro y yo de rojo, rojas las rosas, rosas las ondas, rojas las cabelleras todo rojo en autos negros» (p.72). Come il rosso, anche il nero può rappresentare la vita. Non la vita che esplode, come nel rosso, ma la vita latente. Il nero rappresenta infatti il mondo nascosto sotto la realtà apparente, l’oscurità in cui avviene la rigenerazione (cfr. Noir, in J. Chevalier – A. Gheerbrant, op. cit., sub vocem). Per questo le protagoniste del romanzo vivono nei sotterranei: per esplorare l’oscurità e riconoscersi in essa. Perché: «Sólo de la caverna oscura llega el brillo capaz de acabar con tanta opacidad» (p. 67).
Si veda P. Camporesi, Il sugo della vita: simbolismo e magia del sangue, Milano, Garzanti, 1997.

[14] Per la congiura del silenzio che la nostra cultura ha sancito sul sangue mestruale si veda R. Malaguti, Le mie cose. Mestruazioni: storia, tecnica, linguaggi, arte e musica, Milano, Bruno Mondadori 2005.

[15] In effetti, nel sangue mestruale è la mucosa dell’endometrio che viene espulsa: in caso di gravidanza quella stessa mucosa si trasformerà in placenta per alimentare l’ovulo e infine sarò eliminata con il parto.
 

 

 

 

 

 

 

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Laura Silvestri – Professoressa ordinaria Letteratura Spagnola

 

Dal 1990 al 2005 ha insegnato Lingua e Letteratura Spagnola presso la Facoltà di Lingue e Letterature Moderne dell’ Università di Udine e ora insegna Lingua e traduzione Spagnola presso il Dipartimento di Studi Umanistici (ex Facoltà di Lettere e Filosofia) dell’ Università di Roma Tor Vergata, dove è stata presidente del Comitato Pari Opportunità dal febbraio 2008 al febbraio 2011, continuando poi in prorogatio fino all’inizio del 2013.
Dal 2009 al 2012 ha fatto parte del comitato scientifico dell’ Osservatorio interuniversitario di genere, creato dalle università di Roma “Tor Vergata”, “La Sapienza” e “Roma Tre” per promuovere la partecipazione delle donne alla vita politica e incentivare la ricerca sulle tematiche di genere e pari opportunità. Nel 2011 e 2012 ha collaborato con il Comitato interministeriale per i diritti umani del Ministero degli Affari Esteri ad organizzare i cicli di incontri seminariali su “La promozione dei diritti umani: dalla teoria alla pratica”, rivolti al corpo studentesco di tutte le università pubbliche e private di Roma. Inoltre è stata la responsabile didattica per l’area umanistica delle due edizioni 2012 e 2013 del corso di formazione “Donne politica e istituzioni.
La figura femminile nel terzo millennio”, tenuto all’ Università “Tor Vergata” e finanziato dal Dipartimento per le pari opportunità e politiche di genere.
Dal maggio 2004 al maggio 2007 è stata membro del Direttivo dell’Associazione degli Ispanisti Italiani, mentre nel 2010 ha fatto parte della commissione organizzativa del XVII Congresso dell’Associazione Internazionale degli Ispanisti, tenutosi a Roma dal 19 al 24 luglio, e del quale ha contribuito a curare il quinto volume degli atti. È stata responsabile dell’unità locale per l’Università diUdine delle seguenti ricerche, finanziate con fondi Murst (ex 40%):1995 “Interrelazioni letterarie tra Italia, Spagna e Ispanoamerica”;1996 “Fonti per la storia culturale italo-iberica e ibero-americana”; 1997 “Fonti per la storia culturale italo-iberica e ibero-americana”.Negli anni 2003-2005 ha partecipato alla ricerca “L’iniziazione femminile nelle letterature di lingua spagnola” finanziata con fondi PRIN e ora sta partecipando alla ricerca “Donne, politica e potere nel pensiero e nelle pratiche della contemporaneità”, finanziata sempre con fondi PRIN (2010-2013).
Ha partecipato a numerosi congressi in Italia e all’estero nei quali ha presentato il risultato dei suoi studi, condotti con metodi critici differenziati (semiotica, ermeneutica, filosofia del linguaggio, pragmatica della comunicazione), in rapporto a testi letterari spagnoli e ispanoamericani dei secoli XIX e XX. I suoi temi di ricerca sono: caratteristiche dei tipi discorsivi in verso e in prosa; generi letterari (romanzo d’iniziazione, poliziesco, neofantastico, storiografia, autobiografia, autoritratto, leggenda, fiaba, racconto, saggio, greguerías,); periodizzazione letteraria (generazioni e formazione dei canoni); questioni di genere e scrittura delle donne; peculiarità del discorso letterario e problemi della traduzione letteraria. Ha tradotto diverse opere di autori dell’800 spagnolo e ha pubblicato numerosi saggi e articoli sulla scoperta e conquista dell’America, sui poeti dell’ Indipendenza ispanoamericana, sulla narrativa di Quiroga, Arguedas, Borges, Cortázar, Vargas Llosa, Sábato, Bécquer, Galdós, Gómez de la Serna, sul romanzo poliziesco spagnolo, sugli scrittori della transizione politica in Spagna (Azúa, Molina Foix, Mendoza, Vázquez Montalbán) e sulle strategie discorsive di Sor Juana Inés de la Cruz, Emilia Pardo Bazán, María Zambrano, Carmen Laforet, Carmen Martín Gaite, las Madres de Plaza de Mayo, Alicia Giménez Bartlett, Luisa Valenzuela, Esther Andradi, María Teresa León, Elsa Osorio.

 

 

http://www.andradi.de/de/biographie/
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