Giancarlo Micheli

 

 

 

(ITALIA)

 

 

da Elegia provinciale
(Mauro Baroni editore, 2007)

 

 

 

 

 

 

I (capitolo II, pp. 18-20)
Il maestro è salito di sopra, è andato a riposare un po’, prima di cena. Nella vasta sala siede Elvira, vicino al camino, sopra una soffice poltrona ricoperta di cuoio, i gomiti appoggiati sui comodi braccioli, mentre le dita stringono i grani di un rosario. Dalla finestra, davanti a lei, penetra la densa luce del pomeriggio estivo, e scolpisce sul suo viso arcigno un’espressione aduggiata. Entra nella sala Fosca, la figlia di Elvira.
“Mamma, ascoltami! Devo dirti una cosa importante.”
“Fosca cara, non mi venire a raccontare dei tuoi problemi con Salvatore, perché anch’io c’ho i miei e ho diritto d’essere lasciata in pace.”
“No, mamma. Il problema non è mio. Comunque è necessario che tu sappia. Metti via quel rosario, per favore.”
“Che c’è di tanto grave?”
“Ecco… non so bene come dirtelo. Tu promettimi che rimarrai calma e che userai la testa.”
“Coraggio Fosca, se continui a menarla così mi fai sospettare che tu voglia tramare qualche macchina.”
“Ecco… ieri… la Doria…”
“Che ha fatto la Doria?”
“La Doria m’ha sorpresa… m’ha veduta con un uomo.”
“Come?!”
“Qua, ieri, nella camera di sopra.”
“Che? E con chi eri?”
“Ero con Guelfo, mamma.”
“Queste cose in casa mia non voglio che succedano.”
“Casa tua, mamma? Sei proprio sicura che sia casa tua?”
“Cosa vuoi dire, Fosca? Tu non sai quel che dici. Questa volta l’hai combinata grossa. E Salvatore?”
“Salvatore è a Genova. Non è quello il problema. Bisogna che la Doria non vada a sparlare in giro con le pettegole del paese.”
“Ci poi giura’ che lo farà, quella sudicia. Solo per fa’ dispetto a me lo farà. Anzi l’avrà già fatto. Avrà parlato con la Ciuti, magari con quel balordo del su’ fratello o con quel minchione di Vittorio.”
“Non è questo il punto, mamma. Quello che importa è che la gente non la creda.”
Elvira tace, cerca di raccogliere le idee, si sforza di capire cos’è che bisogna fare. In tale cospicuo tendersi della sua riflessione le dita premono nervosamente sulle pietre del rosario, cosicché quello finisce per scivolarle di mano e cade nel seno della veste, in mezzo alle ginocchia.
Fosca è una giovane non ancora trentenne, avvenente e consapevole delle proprie ambizioni, nonché dei mezzi che le circostanze le dispongono per perseguirle. Fino all’età di cinque anni ha abitato nella casa del padre, speziale in Lucca, uomo spettabile e dignitosissimo. Questi era Narciso Gemignani, il marito di primo letto dell’Elvira, che di cognome invece fa Bonturi. Appartenevano entrambi alla minuta borghesia lucchese. Il loro amore fu assai precoce, giacchè Elvira dette alla luce la prima figlia all’età di appena diciassette anni. Quattro anni dopo aveva già partorito il secondogenito, quando fece conoscenza col giovane Giacomo. Fu l’evento decisivo della sua vita. Furono istantanea passione e un donnesco e casalingo acume che le permisero di fiutare in quel giovane, peraltro rampollo di una locale dinastia di musicisti e maestri di cappella, di fiutare in lui l’aroma talentuoso ed alitante verso un destino che lo avrebbe condotto, lei già lo sapeva, sino alla pubblica acclamazione e alle più alte vette della fama e della notorietà; sino alla gloria, se lo sentiva! Perciò l’Elvira non esitò ad abbandonare il letto coniugale e a seguire Giacomo a Milano, portando con sé i figli dello speziale.
Narciso accettò quell’esito, che non poteva peraltro scongiurare. Da uomo mansueto e conscio di sé, egli coltivò buoni rapporti con la nuova famiglia della moglie, si astenne da intralciare in qualsivoglia modo i progetti dell’Elvira, arrivando persino, con indulgente generosità, a togliersi di mezzo, prima imbarcandosi per il nuovo continente, dove si distinse nel commercio, poi passando a miglior vita e consentendo ad Elvira di sancire legalmente l’unione con il maestro, tale il suo Giacomo essendo nel frattempo diventato.

 

II (capitolo V, pp.32-33)
“Lei mi sta dicendo che non devo dire niente a nessuno?”
“Non c’è niente da dire, Dorina, perché tu non hai visto niente. Chissà se hai capito… comunque adesso finisci alla svelta quello che devi fare e vattene a casa tua.”
“Allora devo mettere i cappotti da inverno nell’armadio?”
“Fai un po’ tu, Dorina. Vedi un po’ se sei una ragazza sveglia oppure una stupida.”
La Fosca si girò sull’altro fianco, mostrando alla domestica la carne soda delle tornite spalle, che la sottoveste scopriva ad arte, di pregiata fattura, in morbida seta, sapienziale manufatto artigiano. La Doria non sapeva che fare. Si chinò sui cappotti distesi sul letto. Con un gesto febbrile, un riflesso condizionato dalle circostanze, passò il dorso della mano sulla stoffa soffice fissandosi il palmo nudo, quindi si precipitò fuori dalla stanza. Il viso le avvampò, le tempie infocate, gli occhi gonfi; corse giù per le scale a testa bassa e infilò la porta d’ingresso senza voltarsi.
L’Elvira, che stava in cucina, seduta sulla seggiola a ridosso del tavolo, la vide mentre usciva. La osservò in silenzio, di un’occhiata torva, dove si mescolavano fierezza e rabbia, ma pure un’accorata preoccupazione, consapevole di accidenti e di intenzioni. Lentamente si avviò su per le scale, trascinando la voluminosa gonna sui gradini, decorata di trine e frusciante.
Giacomo, nel soggiorno, faceva cadere le dita sui tasti, e dalla cassa del pianoforte vibrava una dissonante serie, e la voce presaga del maestro segnava accenti ironici e disillusi, ebbri e disperati.

 

III (capitolo VIII, pp. 53-55)
“Giulia… Giulia…” chiamava con whispering voice, badando a non destare l’attenzione degli altri abitanti della casa.
Non passò molto prima che le imposte si schiudessero con un responsivo ligneo cigolìo.
Si affacciò la testa della Giulia, riguardante in basso, riconosciuta la voce della cugina. I capelli accioccati sulla nuca, raccolti per la comodità del sonno ma di corvina abbondante messe, scoprivano la voluttuosa linea delle spalle giovani. La pelle del volto, bianca e punteggiata di un dedalo di efelidi, gli occhi sprofondati in una fissità ancora dormiente, persi nell’oggetto di un’intima contemplazione, il naso diritto e stretto, proteso verso le labbra rugiadose, come petali adolescenti, la purpurea coloritura della guance, lieve e sfumata sulle tempie delicate e sul mento rotondo, sopra al quale il labbro inferiore aggettava, appena prominente, come il bovindo della regale bocca di lei, dischiusa; il suo volto lasciava sognare di una delle divinità pagane che stanno dipinte sulle tele di Boucher, di Rubens o di Jordaens.
La vedeva così, come una più indistinta dea, chi, nel misero affalascato borgo, aveva ineducato lo sguardo, e la confondeva pertanto alla figura invidiata di un’imago sua, e già alcuni la chiamavano tegame e bagascetta, sebbene ella non avesse visto che diciannove primavere; ma tante ragazze del paese a quell’età erano già andate in spose ai braccianti, e anche quello c’era da metterlo nel conto.
“Doria che ci fai a quest’ora? Non ci sei andata a servizio?”
“No, scendi Giulia! ti devo parla’, fai piano. Non ti fa’ accorge’. T’aspetto al boschetto ma spicciati.”
Si sente la campana, e le rondini che la sentono. Sono gridi frettolosi, di giorno incombente. Le due ragazze si affrettano, prima che il giorno sia fatto debbono ricondursi là da dove ci si attende non si siano allontanate. Accordate nella vogliosa rapidità dei gesti, in un’empatia che matura nei tempi profondi dell’infanzia, prima del bene e del male, prima dell’imperativo morale del retto condursi, quando tutto era possibile, anche il migliore dei mondi possibili, le due giovani si ritrovano nel luogo che da anni consacrano ai loro furtivi rendez-vous, sotto una macchia di contorti lecci a ridosso del muro di cinta della villa Orlando. Entrano spedite in argomento, senza preamboli.
“M’ha licenziata, vella strega dell’Elvira” dice la Doria fissando la cugina negli occhi limpidi e attenti.
“Come? E perché?”
“Per via della Fosca, ché l’ho veduta ‘n casa de’ padroni mentre era a letto co’ un omo.”
“Un omo? E chi era?” fa la Giulia, prevalendo l’eccitazione che le suscita quell’intrigante storia, di cui trova anche ragione di invidiare la cugina che ne era stata testimone.
“Non lo so, Giulia. Era buio, e po’ ‘un è affar mio, che m’interessa? Solo che adesso la Fosca ce l’ha con me e mi perseguita, e l’Elvira le dà retta, e m’ha buttata fori.”
“Ma te ‘un ti devi richina’. Che colpa c’hai se l’Elvira c’ha ‘na figliola ch’è ‘na troia?”
“Tu parli presto Giulia, ma tutti ora ce l’han con me. Anco la mamma mi dà contro. Io le devo di’ la verità.”
“No! vesto Doria ‘un lo poi fa’, sputtaneresti tutta la famiglia e pure il sor Giacomo, che ‘un se lo merita. Si deve parla’ col Giacomo. Solo lu’ ti po’ aiuta’. Trovo io la maniera d’incontrammici. Ora Doria devo scappa’, avanti ch’in casa si sveglino. Anco te torna a casa. Vederai ch’un verso lo trovamo pure a vesta faccenda.”
Rincasò la Doria, come la cugina le aveva consigliato, giacché sempre ella le aveva riconosciuto più sviluppate doti di accortezza e acume che non le proprie, e di lei si fidava. Rincasò con passo mesto, di umile speranza, e andò a sistemarsi di nuovo sotto le coperte. Qua, cullata dal respiro del fratello Salvatore, a un di presso tuttora assopito, rinnovato torpore la pervase ed ella lasciava divagare la mente in imprecise sedi.
C’era la villa, dove il maestro e l’Elvira si battevano in certami decisivi e dove lei, la Doria, seppur stordita dal dormiveglia, un po’ si compiaceva di essere argomento in quelle contese aspre e altovocianti, di cui le si figuravano azione ed esiti ma non distinte le parole, confuse semmai in glutine di echi, dissolte in embrionale sillabare o in gutturale silloge di impronunciabili consonanti.
C’era poi la via di fango, sulla quale le pareva di udire, distinguibile quello, il motore della De Dion Bouton e, mentre la vettura transitava ad una velocità che incuteva timore e rispetto, i contadini si assiepavano sulle alzaie, gli occhi plaudenti e ammiratorî, testimoni del cinematico prodigio. E proprio così accadeva, nella realtà che la coscienza della Doria, vaga e intorpidita, favoleggiava: proprio allora Guidino conduceva il maestro alla stazione. Doveva raggiungere Genova il maestro, e da lì imbarcarsi sul diretto per Milano, Parigi, e poi Calais. Sarebbe giunto a Londra, dopo beccheggiante traversata della Manica, posdomani, alle prime luci dell’alba.

 

IV (chapitolo X, pp. 72-75)
Giacomo ebbe sonno quieto, oscurato da avvolgente oblìo. Il mattino dopo partì verso il trionfo parigino: la prima rappresentazione della Tosca, all’Opéra. Fu un successo. Applausi alla chiusura di ogni atto e a scena aperta, dopo l’aria della prigionia e dopo quella di Scarpia; il maestro assunto al settimo cielo della gloria d’Euterpe, tripudiante ed acclamato dal pubblico.
Ma cosa accadeva, nel contempo, presso l’affalascato borgo di cacciatori?
L’Elvira si era decisa a richiedere l’intervento di un’autorità di fronte alla quale pure lei tremava reverente, e piegava le ginocchia. In una giornata d’autunno, di impetuosi rovesci di pioggia, quando il cielo, squassato da alti venti, sembrava sul punto di precipitare come urlante giudiziale epilogo sopra ai campi oramai brulli, sopra le marcite e gli argini, contro le file convulse dei cirmoli e le schiere disperse dei pini, brandeggianti le levate chiome nelle turbinose raffiche, l’Elvira si risolse ad affrontare l’inclemenza degli elementi tutti. Doveva salvare il suo rapporto coniugale, affinché armonia tornasse sovrana e non si ledesse il familiare foedus. Bisognava togliere di mezzo la mocciosa; che fosse spazzata via, così come il fortunale pareva volesse fare di ogni cosa che al suo empito si frapponesse. Pertanto si infagottò per bene in un giabò di lana, si armò di ombrello e andò.
Nell’uscire, per non destare alcun sospetto, passò per la porta sul retro, che dava alla rimessa. Circospetta la attraversò con piedi leggeri, affinché neppure Guido, che armeggiava nella contigua officina, si accorgesse.
Fu finalmente fuori, in lotta aperta con furiosi rafales e raining winds. L’ombrello si squadrava, s’imbarcava, stallava e cabrava, le stecche si torcevano e gemevano, ma lei, col polso fermo ed incrollabile, lo tratteneva. Un po’ resistendo e un po’ lasciandosi trascinare, giunse presso la parrocchia di San Giuseppe, davanti al portone della canonica. Sollevò il pesante batacchio bronzeo che ricadde con un tonfo, il quale si confuse e svanì nel sovrastante fragore di un tuono. Ripeté l’operazione con più foga. Dopo una cospicua attesa, costellata di altri eolici muggiti e folgorati schianti, si affacciò tra i battenti la perpetua, una vecchietta dal volto itterico e grinzoso. Costei, con maniere avvezze, introdusse la ben nota signora nelle stanze dalle volte riecheggianti. Il parroco la raggiunse di lì a poco, trafelato e stropicciandosi le mani piccole, dalle dita corte e tozze. Spedito si diresse alla sua scrivania in legno di noce, davanti alla quale l’Elvira era stata fatta sedere su di una poltrona dalla scarlatta imbottitura, rivettata nella losanga dell’alto schienale. L’Elvira sedeva senza appoggiare le spalle, protentendo nervosamente il busto, le mani invano ricercanti quiete sui braccioli.
“Carissima signora Gemignani. Come sta il nostro sor Giacomo? Che illustre personaggio il nostro povero borgo può contare tra tanti umili braccianti e rudi bracconieri. Conforta il cuore sapere che qualcuno, nelle nostre triste terre, coltivi i tesori dello spirito. Non sa che sollievo sia questo pensiero per me, quando ogni giorno ho a che fare con le confessioni delle anime selvatiche dei paesani. Ho saputo del nuovo dramma a cui il maestro sta lavorando. Si dice sia una storia molto moderna, financo spregiudicata… beh… io lo conosco bene… so che la grazia alberga nel suo intimo. Non mi acciglio come fanno alcuni benpensanti, anche tra i nostri più illustri compaesani” don Giuseppe andava così a precipizio, in torrenziale schidionata, e l’Elvira gli si fece incontro col proposito di contenere quell’alluvionale e succedaneo affabulare.
“Giacomo sta bene, grazie. In casa confidiamo tutti nella sua avvedutezza, don Giuseppe, ma non è per parlarle del lavoro di Giacomo che mi sono permessa di venire a importunarla. Si tratta di una faccenda più spiacevole.”
“Mi dica, donna Elvira, io, nei limiti delle mie umili possibilità, sono pronto a rendere ogni servigio a lei e al sor Giacomo, anche in memoria dell’amicizia che mi legava al suo povero babbo” disse don Giuseppe mentre si ritraeva sul suo soglio di una misura che già marcava i confini tra ministero pastorale e responsabilità civili.
“Ecco, lei sa del vizio cui Giacomo indulge a dispetto di quei sentimenti buoni che io non mi sento, nonostante tutto, di negare… quel vizio che tante volte ha minacciato la saldezza del nostro vincolo coniugale… quel problema con le donne. Ecco, è accaduto di nuovo… e con una serva stavolta, mio reverendo. Io non ce la faccio più a sopportare tutti questi oltraggi…io…” e l’Elvira, perduta la sua pristina determinazione, pareva adesso deliquiare, rarefacendosi il suo approntato dire e declinando i suoi occhi, fino a poc’anzi affisi saldi in quelli del prelato.
“Animo… donna Elvira non si inquieti, io sono qua pronto a fare il possibile in suo soccorso” e il prelato aggirava la vasta scrivania, venendo a sistemarsi a fianco dell’affranta Elvira, ponendole la minuta mano, e slavata, sulla cadente spalla.
“Cerchi di spiegarmi” riprendeva, slittando la sua voce su un più confortante tono, dolce e ammansitore. “Non per indiscrezione ma è opportuno che io sappia altri particolari.”
“È la Doria, la figliola della Ciuti, quella sciambriccola… e Giacomo c’ha una tresca… l’ho veduti co’ mi’ occhi, don Giuseppe. E lei, che pare un santino infilzato, è ‘na vipora. L’abbiamo presa ‘n casa ch’era ‘na bamboretta, l’abbiamo trattata com’una figliola nostra… e quella è così che mi ripaga.”
“Questa è una grave accusa, donna Elvira. La Doria è una ragazzina, un’anima pura, non ha ancora conosciuto uomini. Bisogna essere certi. Io non voglio credere che Giacomo sia tanto incauto e privo di timor d’iddio… non si abbandonerebbe a una così bassa azione.”
“L’ho veduti io, co’ mi’ occhi, l’altra sera, infrattati dietro casa. Lei non mi vole aiuta’, reverendo… neppure lei mi vole aiuta’… e a chi mi devo rivolge’ se neppure lei mi vole aiuta’?”
“Certo che voglio aiutarla, donna Elvira. Per dimostrarle la mia franchezza le rivelo pure che mi è giunta voce del fatto che la Doria è stata licenziata.”
“Era il minimo che potevo fare… ma non è bastato… si deve fa’ di più. Lei, curato, deve parla’ colla Ciuti. Bisogna allontana’ quella tentatrice dal mi’ Giacomo… che vada a sta’ per un po’ a Genova, dal su’ fratello Rodolfo… che se ne vada!”
“Forse, donna Elvira, sarebbe opportuno rifletterci un po’ avanti di prendere decisioni di cui ci si debba pentire, non crede?”
“No, don Giuseppe… lei non capisce! Io sono esasperata. Tutto ho sopportato per amore della famiglia… ma co’ una serva… questo è un affronto troppo grande.”
“Cerchi di calmarsi, donna Elvira. Io la capisco… le suggerisco però di usare prudenza.”
“Lei si ostina… anche lei è contro di me” e l’Elvira agitava il capo smaniosa, e quanto più aspra era la sua pena tanto meno la percepiva autentica, intero restando solamente il suo proposito di persuadere il curato ad avallare la sua decisione.
“Io non sono affatto contro di lei. Mi proverò a fare il possibile, andrò a parlare all’Emilia e vedrò come si può risolvere la faccenda. Adesso, donna Elvira, vada a casa… provi a coricarsi… e soprattutto confidi nell’intercessione di cristo salvatore e della vergine. La preghiera è il rifugio delle anime pure, donna Elvira. Faccio chiamare Attilio perché la riaccompagni con il landò” disse il curato con caritatevole premura.
“No, la ringrazio. Non si dia pena, andrò a piedi.”
“Ma con questo fortunale!?”
“Non si dia pena… confido nella sua intercessione… e in cristo e nella santa vergine.”

 

V (capitolo XXXIII, pp. 214-217)
Poi alla Doria parve che sua cugina fosse lì, accanto a lei, al di qua del muro, e le parlasse, pronunciasse frasi adesso distinguibili:
“Abbiam fatto all’amore iersera, in pineta. Il sor Giacomo ama me, e mi vorebbe porta’ con sé a Nuova York. E si diceva che te sei ‘na minchiona, a regge’ ‘l moccolo de’ nostri giri pesca. E si rideva… si rideva…”.
Da quella frase spregiosa si arrampicò per l’albero dei sensi della Doria un ghigno sarcastico, ferino e vulnerante; si arrampicò con scimmiesca agilità e si sciolse in un angosciato brivido. Agita da un’inconsapevole dinamica fisiologica, che era la prosecuzione di tale brivido in azione, la Doria si alzò in piedi. Andò a tentoni verso l’armadio a muro, incassato nella parete opposta a quella dove si trovava il suo letto.
Attraversò la stanza con incedere claudicante e meccanico. Fece ruotare l’anta sui cardini cigolanti e prese a rovistare all’interno. Dimenava le braccia con febbrile concitazione, urtando bigonce di legno e pile di stracci, la scatola degli attrezzi di Rodolfo, i bicchieri di un vecchio servito e cianfrusaglie dimenticate là da chissà quanto tempo. La frenesia dei suoi gesti si trasformava nell’ottenebrata percezione di lei in uno spossante agitarsi dentro un liquido viscoso che resisteva ad ognuno, penosamente. Infine, stremata, raccolse un barattolo di vetro sul quale era stata incollata un’etichetta di carta.
La Doria percepiva i caratteri sfocati tracciati a mano sull’etichetta, quindi le sue dita che, al di là di quella, si tuffavano dentro al barattolo, precipitate da inerte peso.
Estrasse una compressa, granulosa ed incolore; poi altre, finché non le occuparono una buona metà del palmo della mano. Le avvicinò agli occhi e il bruno dell’iride s’intorbidava in uno sfaldarsi di strati, fradici e lutulenti, e stavano le pupille immobili, come spaventati noviluni. Un frustare della colonna vertebrale le respinse la testa dietro le spalle, mentre ella schiacciava la mano aperta contro le labbra dischiuse.
Le compresse rotolarono giù.
La Doria ebbe un sussulto, s’infilò due dita in gola, e intanto si chinava di nuovo in avanti, precipitosamente. Rimase accovacciata sulle ginocchia, il busto incastrato tra le gambe.
La invase dapprima uno sgomento, e scrollò le spalle con violenza; provò a raccogliere il fiato per chiamare aiuto, ma il grido le si spezzava nel petto ansimante. Cadde su un fianco e con una coscia urtò il barattolo che doveva aver appoggiato per terra poco prima. Si sentì pungere sull’avanbraccio, sopra al quale gravava adesso il suo peso. Si rimise in equilibrio e guardò a terra. Distinse la intera vetrosa serie dei frammenti sotto al proprio corpo. Non sentiva niente. Poi qualcosa le bruciò nel ventre, una sorta di acida trafittura. Le uscì allora un grido disarticolato ed accorsero nella stanza i soccorritori, rallentati ed ondivaghi nella liquefatta visione della Doria.
Rodolfo si sbracciava accanto allo stipite della porta e il suo latrante imprecare giungeva alla sorella come catafratta onda.
Il dottore, aiutato dall’Emilia, depose sul letto la Doria. Intanto la mano tremante di don Giuseppe gli passava il pezzo di vetro al quale era rimasta appiccicata l’etichetta. Il dottor Giacchi lesse sull’etichetta: sublimato corrosivo. Si voltò verso l’Emilia che con occhi atoni guardava ora lui ora la Doria, quindi senza far motto si precipitò nel tinello dove aveva lasciato la sua borsa. Vi rovistò con movimenti frenetici. L’emetico che sarebbe stato necessario non c’era.
“Voi cercate di farla vomitare, io vado a Viareggio a prendere una medicina alla farmacia. Non c’è un minuto da perdere” disse mentre infilava la giacca e s’involava fuori.
Saltò a cassetta del calesse il dottore e spronò i cavalli. Uno bianco e uno nero ne aveva comperati nel corso del precedente autunno, alla fiera di Camaiore. Li aveva visti sgambare su un tondino ricavato alla bell’e meglio sul terreno argilloso e, benché gli fossero apparsi in quella cornice di popolana mercatura, li aveva valutati subito quali superlativi esemplari, degni di ogni prezzo. L’eleganza del loro equino portamento lo aveva fortemente suggestionato e la sua fantasia era andata al mito del Fedro platonico, infantilmente eccitata. In seguito aveva dato al bianco il nome di καλός, e di κακός al nero.
Adesso, mentre spronava i suoi attacchi con premurosa durezza, un elemento giocoso lo distoglieva da crucciate considerazioni riguardo alla disperata sorte della ragazza. Perché potesse sperare di salvarla era indispensabile che ella riuscisse a vomitare entro tre ore dal momento dell’ingestione del cloruro di mercurio. Se egli non avesse fatto a tempo la Doria sarebbe morta, e dopo un’agonia tremenda che sarebbe durata una settimana. L’acido e l’avvelenamento da mercurio non lasciavano scampo. Per quanto la disperata situazione lo affliggesse, lo distraevano le ritmiche vibrazioni dell’assale della leggera vettura, volvente sul ghiaioso rettifilo coronato di platani. E l’amaro caso stemperava nell’eccitazione della mano che reggeva le redini, nonché degli occhi, brillants de vitesse, rapidi sui traguardi delle pietre miliari. Si concentrava affinché il cavallo temperante proseguisse il suo regolare galoppo senza scarti, e ne beneficiava il calesse di provvidenziale accelerazione. Subito dopo egli gettava un colpo d’occhio sul cavallo animoso e gli dava un ben assestato colpo con la briglia destra. Si sentiva in governo della propria traiettoria e fiducioso sul buon esito della corsa.
Proprio allora il cavallo bianco deviò inopinatamente dalla sua linea e gli zoccoli di quello urtarono nei garretti del cavallo animoso che reagì strattonando con veemenza dalla sua parte.
Le ruote stridettero, mentre i due animali cadevano su un fianco trascinando l’attacco in rovinoso imbardare. Con un frantumato gemito la ruota anteriore sinistra si spezzò. Il dottore fu sbalzato giù dal sedile e, aggrappandosi alle stanghe, ruzzolò per un tratto che gli parve assai lungo, solidale al disastrato veicolo.

 

 

 

 

da Indie occidentali
(Campanotto editore, 2008)

 

 

 

 

I (capitolo I, p.17)
Nel rientrare a casa si tenevano per mano, le braccia mutuamente avvinte, librati in leggero passeggio, e per lo più distratti dal reciproco ricercarsi degli occhi.
Aurelio fissava la ragazza, che era la sua sposa; la fissava cingendola con virile ordinamento nel marezzato iride verde, dove lei s’inoltrava come in un folto di spighe, al paese, nei campi; e vi indugiava lei, davanti alle gocce cremisi dei papaveri, immobile nella stupita estasi dei veridici sensi, varcando e rivarcando, in agreste vicissitudine d’amours enfantines, il solco dell’opportuna vergogna, quella appresa dietro le ombrose sottane delle nonne contadine. Li aveva presi il vento, quello dei fortunali d’inverno, che porta via nel suo turbine stregone armenti e lupi, e li trascina lontani, al di là delle montagne azzurre. Se ne erano partiti con la dote dei bei corredi di lino, che le donne di casa sbrigavano dai tiretti del canterale, cosicché tutto un brivido di lavanda infebbrava la purezza degli imenei, e li inghirlandavano i fiori del pesco e l’aurifera primavera dei sessi. L’america era stata agio e intravisto splendore, conquistato diritto a sfilare per viali di opulento gaudio, tangenti a paradisi di anglofoni numi. Era venuto poi il bar, preso in affitto al sor Clemente, l’ampio salone con la repleta cassa tinnante e i bicchieri colmi di assetata letizia, con dentro persone distinte, italiani, dal meridione oppure dal Veneto, ma anche tedeschi e slavi dell’East Village, e israeliti pure. Tutta gente in gamba frequentava il locale, gente che sapeva il fatto suo.
Correvano quasi lungo la Fifth Avenue, Aurelio e Erminia, ariosi e come presi da quel pristino vento.

 

II (capitolo IX, pp. 52-53)
“Cominciai con l’agenzia per l’impiego” diceva il sor Clemente, confidenziale e disinvolto. “Dapprincipio erano le ferrovie che si tiravano dietro tutto il movimento. Così misi a frutto quel che sapevo fare. Li ho capiti subito gli americani… mi piace come ragionano. Sa che ho avuto modo di stringere amicizia pure con John Pierpont Morgan… sì, proprio il celebre finanziere. Un giorno, se ci sarà occasione, gliene parlerò. Non l’avrebbe mai detto, eh?… di un povero vecchio… un dago per di più… è così che ci chiamano noialtri, vero?”
“In effetti qua da noi attecchiscono non pochi pregiudizi sul conto degli immigrati. Senza dubbio è molto diffuso lo stereotipo secondo cui gli italiani sarebbero persone turbolente, inadatte alla disciplina, incapaci di sacrificio e di nobiltà d’animo. Fanno molto effetto sulla gente le condizioni deplorevoli in cui vivono la maggior parte degli immigrati italiani. E poi, qua in america, temiamo l’anarchia. Lei deve capire, qua da noi la società esiste… è qualcosa di reale, che accoglie gli uomini e le donne sin dal principio della loro vita. La scuola, la cultura, il tempo libero… sono tutti elementi di civiltà che la nostra gente ha saputo conquistarsi.”
“I soldati delle legioni romane portavano la daga… ma ne è passata da allora di acqua sotto i ponti. Adesso lo abbiamo anche noi il nostro stato… col parlamento e tutto quel che si conviene. Ma ancora oggi è la violenza che regola i rapporti tra gli uomini. Chi non è nato per amarsi è destinato a farsi guerra, signorina.”
“Mi sembra un po’ laconico il suo aforisma, mister Clemente.”
“Purtroppo così è, signorina.”
“Mi pare più costruttivo dire che siano destinati a combattersi coloro che rifiutano di conoscersi.”
“Sono gli istinti e la fame che guidano le azioni e le scelte degli uomini. Questa è la cruda verità. Se non avranno di che soddisfarsi distruggeranno tutto quel che gli capiterà di toccare.”
“Mi perdoni, sir, ma pure quest’affermazione, sebbene possa apparire conforme al senso comune, mi sembra s’inganni su un punto. Sono altre leggi che governano i comportamenti degli uomini… l’illusione ad esempio. L’uomo non è una merce, eppure tutto l’evoluto sistema della produzione e del commercio si fonda sull’acquisto e sull’uso della forza-lavoro” una volta che ebbe udito ciò al sor Clemente, che era uomo accorto e sagace, si drizzarono i capelli in testa. Bisognava guardarsi da chi professasse idee anche solo vagamente socialiste. Se volevi far strada e stare tranquillo in america ti dovevi tenere alla larga da certe cose. Quella lezione il sor Clemente l’aveva appresa in fretta. Da quel momento non seguì più il discorso della signorina, la quale pure insisteva con argomenti perspicui e corroborati da una solida logica.
Carpì invece l’attenzione del sor Clemente un insolito affaccendarsi di Ernesto dietro al bancone di mogano. Questi andava radunando alcune bottiglie e ne controllava con estrema cura le etichette; quindi le riponeva in una cassa di legno che il sor Clemente, incuriosito da quella singolare procedura, poteva scorgere sporgendosi appena dalla sua sedia e varcheggiando con occhi apprensivi al di là del voluminoso ingombro del bancone.

 

III (capitolo LII, p.209)
Mancava ormai meno di una settimana al giorno del pageant quando Eugenia partì assieme a un folto drappello di figli di lavoratori. Salutarono dal finestrino del treno, affacciandosi seri e straniti, stupefatti dal rabbioso clangore della locomotiva, dall’accelerato dileguarsi dei cari volti che li cercarono dalla banchina finché, in fondo al binario, non si distinse che un meccanico serpeggiamento piumato di vapore. La ferrigna e fumigante nube si tuffò a capofitto verso la baia, e i bambini si raccolsero nel suo ventre, si accostarono l’un l’altro, cauti. Timidamente si parlarono, usando in abbondanza di reciproci barbarismi, mescolando inglese idiomatico a una diaspora di parole italiche, germaniche o slave. Nondimeno si comprendevano.
La piccola Eugenia trovò una particolare intesa con un ragazzino tedesco, che aveva si e no un paio di anni più di lei, e che l’ascoltò con grande interesse, mentre con l’indice della mano destra si vellicava i corti capelli ricciuti, il naso, oppure un orecchio. Eugenia gli spiegò che pure a lei sarebbe piaciuto fare l’attrice, esibirsi sul palcoscenico, ma la rivoluzione era più importante. Su quel punto le cognizioni dei due ragazzini concordavano, cosicché, per tutta la durata del viaggio, presero piacere a immaginare quanto fosse bella e avventurosa la vita dei rivoluzionari, e supposero per sé intemerati e rischiosi ruoli, in vicende eroiche e gloriose.

 

 

 

 

Nota biografica

Giancarlo Micheli è nato a Viareggio il 3 febbraio 1967. Si dedica alla scrittura, in versi e in prosa, da circa vent’anni. Ha pubblicato il suo primo racconto (Fucking fist, Viareggio 2004) nella collana Jazz Mediterranea per l’editore Baroni. Per lo stesso editore alcune sue poesie sono presenti nella silloge di poeti versiliesi L’ora d’aria dei cani (2003), nella quale si raccoglie parzialmente il frutto del lavoro del gruppo omonimo (letture pubbliche di testi poetici, con accompagnamento musicale e videoproiezioni). Ha collaborato alla realizzazione della mostra-evento La vita agra – l’arte del resistere dal 1943 al 2003 (Viareggio 2003, Massa 2004). Dal 2003 ha partecipato alle iniziative dell’associazione culturale BAU, che promuove la produzione e la distribuzione dell’omonimo contenitore di arte e cultura contemporanea. Nell’autunno del 2004 è stata edita la sua prima raccolta di versi (Canto senza preghiera, Baroni). Ha partecipato a varie edizioni della rassegna nazionale di poesia Altramarea, ideata e diretta dal poeta e filologo Angelo Tonelli. Alcuni suoi versi figurano nelle antologie della rassegna, Altramarea – poesia come cosa viva (Campanotto, Udine 2006) e Atti di Altramarea e Argonauti nel Golfo degli Dei (Arcipelago, Milano 2010), nonché sulle riviste Poesia di Crocetti, Isla negra, The waters of Hermes, Pagine, NLE, Il Convivio. Altri suoi testi sono comparsi sulle riviste Zeta, La Mosca di Milano, Alleo, Erba d’Arno. Nel febbraio del 2007 è stato pubblicato il suo primo romanzo, Elegia provinciale, per i tipi della collana Mediterranea di Mauro Baroni editore. Sempre nello stesso anno ha curato, per l’Associazione BAU, la pubblicazione del libro Percy B. Shelley – il cuore e l’ombra viva (Pezzini, Viareggio 2007), raccolta collettanea di testi e riflessioni sulla poetica del poeta romantico inglese. Nel marzo 2008 è stata pubblicata la sua seconda raccolta di versi, Nell’ombra della terra (Gabrieli, Roma 2008). Nel settembre 2008 è stato pubblicato il suo secondo romanzo, Indie occidentali (Campanotto, 2008), cui è stato conferito il Premio Internazionale di Poesia e Letteratura “Nuove Lettere” (XXII edizione, 2008). Nel gennaio del 2010, è andato in stampa il nuovo romanzo La grazia sufficiente (Campanotto, 2010). Nel 2012, il suo saggio Thomas Mann il Nutritore, è stato inserito nel volume collettaneo Il Mito nel Novecento letterario (Limina Mentis, Monza 2012) e, in questo medesimo anno, verrà pubblicata la sua raccolta di versi La quarta glaciazione (Campanotto, 2012).
Ha compiuto vari lavori di traduzione di testi letterari, tra i quali una versione (ad oggi inedita) della raccolta Le grand jeu (Gallimard, 1928) del poeta francese Benjamin Péret.
Ha pure realizzato alcuni video operando ibridazioni dei formati e delle fonti luminose in direzione di una ricerca di realismo lirico (La realtà è quello che è?, 1996; L’amour fou, 1997; La terra desolata, 1997; Rendering, 1998; Res accendent lumina rebus, 2001; Impressioni n.16 (all’interno del Laboratorio Cinema del Comune di Viareggio, 2002); La colpa della troia è che i porci la pagano, 2002; Il sangue sulle spighe, 2003; Memoria e resistenza, 2004).

Coltiva passioni non inessenziali nel teatro e nel cinema. Nel 2004 ha lavorato, assieme a Paola Lazzari e a Pierfrancesco Biasetti, alla messa in scena dell’atto unico Parti di guerra (testi di Giancarlo Micheli, musiche di Antonio Agostini) e del monologo La confessione (interprete Paola Lazzari, testi di Sandro Luporini e Giancarlo Micheli). Nel 2009 ha seguito la regia del monologo Elegia provinciale (tratto dal romanzo omonimo; attrice Paola Lazzari, musiche Antonio Agostini).

 

Per ulteriori informazioni:
www.literary.it
novarubedo.blogspot.com

 

 

 
 
email : waltersavagelandor@virgilio.it

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