Fabio Franzin

 

ENTITÀ

 

LE COSE LA DISTANZA

 

(Poco invero tu stimi, uomo, le cose)

da “Il canzoniere” di Umberto Saba

(noi siamo, purtroppo, divenuti / i
seguaci di una nuova religione che /
ama le cose e scorda le persone)

da “Il cominciamondo” di Tiziano Rossi

(Provare quel sentimento che provano le cose,
cioè quel sentimento di adattabilità passiva
e perciò consenziente che hanno le cose nella
mano dell’uomo)

 
Da “Il padrone” di Goffredo Parise
io lo so che le mani hanno
bisogno delle cose e che
le cose sono come in attesa
lì dove stanno e so anche
che il sogno giunge spesso
ad una resa indecorosa
con se stesso con l’inganno
che sia natura delle cose invece
andare incontro alle mani ferme

qui perché sognare più non sanno

fa che si scusino con noi
le cose per il male che ci fanno

e anche col nome che le chiama
a far mucchio qui con l’affanno
di riuscire a possederle e l’illusione
che possano bastarci prima o poi

che ci usino perlomeno la cortesia
di non ammiccare così esplicite
dai luoghi in cui si lasciano anelare

che non ci pesi più di tanto e non crei
danno la distanza che le separa a noi

quella che è legge ci sia, sempre
fra l’oggetto e il suo desiderio

e che sempre ne avanzino cose e che

sia davvero sazio un bel giorno il possedere

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
hanno che poi ci si affeziona
a forza di guardarle e anche chi
le confeziona e sa come esporle

e noi abbiamo uno spazio pronto
per loro e un languore che pulsa
specie se lo sconto c’è e ci pare

quasi un dono così scatta allora
assoluta quella brama che non
accetta alcun consiglio l’occhio

è già un ostaggio il portafoglio
cede all’estorsione e il viaggio
dalle cose ai desideri si è compiuto

gli abiti le automobili
e tutti gli altri ninnoli
più o meno di valore
più o meno costosi che
questo tempo ci impone
di volere ad ogni costo
che ci chiede di amare
loro al posto degli occhi
delle mani di una voce
amica che ci chiami

via da questa sciocca
follia e dalle caste che
ancora crea una griffe
un cerchio in lega la

fregatura di credere che
la lacrima che intride
il cotone di una felpa
da due soldi si asciughi
prima se cade nel colletto
di una lacoste fra gli interni
in pelle i led gli air bag

le cose che pretendono
di renderci felici le cose
progettate per la gioia

mica muteranno poi
in un cavallo di troia
fra il cachemire e le
lamiere in cui chiudiamo
dentro calde comode e
alla moda tutte le paure
le parole le ossessioni?

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
le cose che abbiamo
che abbiamo dimenticato

e l’innocenza dell’ombra
che ce le cela entro i lievi
crepacci della memoria
come biacca su una tela

sia il lamento di una lamiera
le bottiglie del latte fuori
della soglia o solo il sorriso
che si sgretola come eroso

e liso si è fatto il pensiero
fra questi greti fra queste
grigie contrade che videro
l’opera dura dei contadini

in queste strade che vanno
fra capannoni e condomini

fra i perché che gridano
inutili l’ansia di un fiore

le cose che abbiamo

che abbiamo fra i mobili
nuovi oramai perduto

è anche che dopo un po’
esse sembrano scansarsi

pur restando dove sono
dove le abbiamo lasciate

sembra quasi che sbiadiscano
che scadano e ci dicano addio

quando distratti le scorgiamo
soffiano in noi come l’alone

di un ricordo che non ha tempo
di fissarsi di farsi in nostalgia

presi come siamo a rincorrerne
di nuove a tamponare quel vuoto

che sempre chiede che ci chiude
tutti i desideri dietro una vetrina

i casi in cui esse cessano
anche di essere cose

e si fanno care reliquie
sull’altare dei ricordi

che noi sentiamo mute
amiche uniche testimoni

di un segreto che teniamo
stretto dietro le parole

e le prendiamo in mano
allora le accarezziamo

nel silenzio che si crea
in quel mentre così simile

a quello di una cattedrale
il bacio che si avvicina

a quei piedi di gesso rosa
accavallati le dure gocce

in bilico scarlatte sotto
la borchia del chiodo

o quando lo sono e non
lo sono che lo sono sì
fisicamente ma che senti
mentalmente solo non lo
sono: cose come un corpo
il marmo di una statua
lo sguardo che fisso sosta
dentro il tuo quel rosario
a grani neri o i fiori finti
appesi alla lapide nel vaso

il raso del mantello viola
di una recita persa lungo
gli anni o la chiara perla
di un orecchino a catenella
lento metronomo che a lato
del lobo dettò il tempo rosa
di un lontano innamoramento

la lettera di un pentimento
mai espiato o l’aspetto solido
di un suono se scorre insieme
alle lacrime il colore che
cambia nella piccola statuina
della madonna quando piove

e ancora i souvenir i poster
i soprammobili le bomboniere

il cappello a pied-de-poul
di mio padre che mia madre
vuole rimanga sulla sedia
destra in camera di fronte
al letto in quella accanto
una bambola che lo guarda

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
qualcosa

come un mozzicone di sigaretta
schiacciato in un posacenere bianco
nell’unico tavolino libero fuori da un caffè:
il filo di fumo che ancora si libra
sopra il filtro macchiato di rossetto

o una colatura di cera rappresa
dalla molletta al vassoio votivo
in una chiesa deserta, una sera
mentre due spazi oltre mezza candela
ancora tremola la fiammella
di una sua preghiera

oppure l’impronta di una scarpa che
(causa un dispetto una burla
o per una perdita d’equilibrio una spinta)
per sempre rimarrà impressa
in una gettata di cemento

presenze

e già distanze

tracce che qualcuno abbandona lì
e che a noi fanno meditare immaginare:
un volto un destino diverso dal nostro
eppure così diversamente simile

il fatto di giungere con quell’attimo
di ritardo il fatto che qualcun altro
giungerà con un attimo di ritardo
dopo di noi

tentando di immaginare chi eravamo

Natura morta con dadi rossi

Sono lì sopra il tavolo
in sala lì quasi per caso

il vaso di vetro a righe
azzurre con le conchiglie

le biglie e i dadi rossi
sparsi intorno alla sua base

e poi c’è una vecchia rivista
ripiegata un paio di occhiali

senza una stanghetta il nero
cappuccio di una bic al centro

di un posacenere in plastica
giallo quasi per caso dicevamo

poste a dirci noi siamo i resti
di una stella come a comporre

una natura morta per poeta
i colori quelli di un addio

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
per alcuni gli oggetti hanno
un’anima e si affidano ad essi
come a dei talismani così
sacri li sentono (pure se il loro
valore fosse solo quello affettivo)
che li collocano in luoghi nascosti
per timore che un qualsiasi estraneo
passandovi accanto per caso
li scorga e allunghi una mano
anche solo per sfiorarli gelosi
di una gioia del tutto privata

custodiscono reliquie di un qualcosa
che non sono più capaci di replicare

ben lo sa chi le colleziona
e spende tutta la sua vita
a cercarle a rimpiangere
le mancanti mai pago
delle molte che possiede

disposto anche a rovinarsi
per non perdere un pezzo
raro che insegue da sempre

come se esso fosse il virus
annidatosi nel suo sangue
di un qualcosa sottrattogli
o perduto già nell’infanzia

ma c’è invece anche
chi ad esse si sottrae

ben volentieri e si priva
delle cose a lui più care

per fare l’inattesa felicità
di qualcuno cui vuol bene

o a perpetuare un’antica
consuetudine familiare
(quell’anello d’oro con giada
che si tramanda da madre
in figlia da suocera a nuora
per esempio) o chi si disfa

di ogni suo bene per partire
scalzo verso il sacro tempio
del bisogno e della poesia

le cose che ho perso

una statuina di sapone giallo
a forma di Charlie Brown
che una ragazza mi regalò
per amicizia trent’anni fa

tutte le foto e le lettere
di una vita preparate
in un sacco nero prima
dell’ultimo trasloco
che mia madre accidenti
a lei scambiò per cartacce

il pennello da barba
di mio padre col manico
d’osso che non si è più
trovato dopo la sua morte

la macchinina rossa senza
una ruota che mio figlio
doveva stringere in mano
per potersi addormentare

la vera del mio matrimonio
andato a male che ero certo
di aver messo dentro un vaso
giallo a casa dei miei genitori

le cose che ho perso

per caso che ho perso
proprio perché cose che
forse non ho nemmeno
perso perché nel pensiero
sono ancora qui con me

stipate alla rinfusa
nei cassetti o adattate
a fungere da soprammobili

ci dicono cosa furono
cosa rappresentarono
per noi in un passato

più o meno prossimo
più o meno remoto
cosa noi rappresentammo

per loro allora cosa
ci indusse ad acquistarle
e poi ad accantonarle

a confidarle cose senza voce

lasciano che le si scopra
e che poi le si trascuri

che le si senta un dono
e poi le si abbandoni

le si accantoni lise
ormai o ancora intatte

a comporre un eden
di caos nelle soffitte

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
occupano spazi

e fra quegli spazi
i nostri sguardi
distratti scivolano
lievi lungo i loro
contorni nudi vanno
incontro alla sostanza
di cui sono composte
legate intessute assemblate

e tramite quegli sguardi
i nostri vaghi pensieri
pesanti urtano nei loro
corpi e regrediscono sino
all’alfa di ciò che ancora
custodiscono una trama
cioè di memoria e reliquia
una sostanza che si sconta

come occaso ammiccante
in quello spazio occupato

figlie del tempo della storia

di tali entità ne serbano
intatte il sigillo anche se
rotte consunte sbiadite

uno stampo ne fu madre
padre un’idea un disegno

copie di copie prototipi
o pezzi unici impongono

la loro data di nascita
il loro stile la loro forma

alla furia famelica delle mode

gratis è il sorriso
che tradisce e gratis
è l’attesa e l’ombra
che cresce nella borsa
della spesa è gratis
sì anche quella sembra
dire quasi un’altra specie
di grazia la magica parola

crederci poi è arte che consola

ma così raro è il regalo
ormai e gratis solo un nome
antico che muore idiota
nell’alveo di devote illusioni

proprio così le cose così come sono[1]

muse del desiderio o arpie
di una mancanza la stanza
od il museo in cui son pose

poesia per un catalogo ancor
tutto da sfogliare il furto poi
il dono che dice dannazione

siano un frutto di ceramica
o memorie di un luogo antico
le chiavi e il tintinnio le dita

gelate che cercano a tentoni
l’interruttore le cose che lo
sanno il nostro amore le cose

che tutte conoscono le nostre
debolezze così le cose proprio
così come sono e come stanno

in noi come se ne vanno via
lontano insieme coi giocattoli
l’onda la fionda che si spezza

 

 

IPOTESI SUI SEGNI

 

(Come è arduo raccogliere i segni, disporli l’uno
vicino all’altro, illuminarli a vicenda, alternare
l’arte dell’analisi e quella dell’analogia)

da “La mente colorata” di Pietro Citati

(che nero su bianco, / o almeno per supposizione /
per una ragione importante o futile, / vengano messi
punti interrogativi, / e in risposta – / i due punti:)

da “Due punti” di Wisława Szymborska

 
il segno è quello di una frase che si chiude.

Sia la prima o l’ultima
di un racconto. Sia la prima
o l’ultima di una vita.

Esso spalanca alla scrittura
un deserto di neve,
un silenzio siderale.

Sia pur breve, o totale,
non può comunque impedirci
una nostra, ardita, prosecuzione.

E’ solo il sigillo ad un epilogo
forse o è invece la più sacra
compressione di un poema infinito.

,

c’è chi la usa con parsimonia
e chi la accorda ad un ritmo
che abbisogna, più frequentemente,
di ossigeno,

il più misterioso dei segni
è il sopracciglio di una diva
tanto anelata quanto irraggiungibile,

sfuggente ad ogni regola sintattica,
continua, da millenni, a certificare
la curva di una possibilità che
ci trova sempre meno propensi
a considerare, a rispettare.

;

è il segno del respiro;

lo sbaffo sotto il punto
può sembrare una serpe
uscita da uno squarcio
nell’intonaco del muricciolo;

o lo sgocciolio di un abbandono
che un refolo pieghi lungo la gota
di una donna innamorata;

allora quel respiro
diventa persino sospiro.
Pausa; dove può esplodere
inattesa, qualsiasi passione.

:

si presuppone una spiegazione,
ora. O un elenco delle più disparate
entità. Meraviglioso sarebbe
se fossero seguiti dal nulla

:

sospesi nel vuoto del foglio
come gli occhi di un volto atterrito

:

per lasciarci decidere se avventurarvisi,
oltre, o tornare indietro.

!

quella clava sospesa
sopra il segno della chiusura

da lontano sembra quasi formare
l’immagine di una serratura
in un portale di ghiaccio.

Arduo – se incontrato da solo –
è percepire la forza insita in esso.

Spesso, quando lo troviamo
al termine di una frase,
ci pare un po’ esagerata
quella collocazione

e lo spazio nudo che vuoto
appare fra i due simboli,
ci induce quasi alla paura

che la mazza precipiti,
improvvisa, schizzando
di tenebra tutto il creato.

?

cosa sarà mai?

Una chiave?
Un gancio?
Un ippocampo?
Una nota musicale scritta male?
O la silhouette di un volto di donna
che il ritrattista abbia accantonato
dopo quel breve, essenziale, ghirigoro?

Sorgente dal punto

se ne distacca
come a indovinare
la forma per cui si è generata?

Chi
ha mai centrato una sola delle mille
risposte possibili ad un suo quesito?

Chi
troverà mai il coraggio di accoppiarvisi

così com’è, enigmatica e incompiuta?

( )

(fra due archi simmetrici
giace il dardo spezzettato
di una frase che nessuno di essi
potrà più scagliare dentro il discorso)

(quel commento, quel chiarimento
resterà perennemente incastonato
come un a parte della trama)

(ma spesso è proprio in quei racchiusi
segmenti che si cela l’immenso
segreto di una scrittura)

all’apertura di esse un personaggio
trova la sua voce; alla loro chiusura
deve tacere per dare spazio,
nuovamente, al narratore.

“ma vorrei deciderlo io quando
non ho proprio più nulla da dire;
vorrei poterlo troncare io
il mio discorso, se tu mi costringi
a un bla-bla logorroico,
a un vuoto chiacchiericcio”

potrebbe urlare il personaggio.

Ma so persino di scrittori che
nel lungo viaggio di un romanzo
non lo chiamano neanche in causa
o fanno loro anche la sua voce
senza pausa o ne riportano solo
il suo liso, intrappolato pensiero.

`

obliquo e incompiuto, quasi fosse
una porzione di tetto nel disegno
che un bimbo abbia abbandonato
per noia, preme sulle vocali
senza neppure sfiorarle, come
un pensiero quando accenta
il sogno che tace nella pioggia

e sembra lui, la pioggia, una goccia
buia che graffi il foglio un istante
prima che la sillaba carichi la sua luce.

Acuto o grave, si trovi alla fine
a solo a metà di una parola
dà, sempre, l’impressione
che essa sia stata scritta
nell’incombenza di un temporale,
fra lampi, raffiche di vento
e brontolio di tuoni.

 

 

LA FORMA DEL NUMERO

 

(Il concetto di numero non è altro che ciò che è comune
a tutti i numeri, la forma generale del numero).

da “Tractatus logico-philosophicus” di Ludwig Wittgenstein

 
0

da quel foro ovoidale
si entra o si esce? Da che
cosa poi, verso quale realtà?
Vuoto è il suo valore, se solo
appare, come noi, del resto; eppure
basta che decida di cedere il passo
ad una sola cifra, nel sorpasso

per vedersi moltiplicato,
valorizzato a dismisura.

Ano e uovo di pasqua della finanza,
anello di ogni catena, o spioncino
ad una stanza di delitti e segreti, sta
nel candore del foglio come se in esso
vi fosse appena stato lanciato un sasso.

Misura del nulla e del niente, del far
fiasco e dell’inutile, occhieggia fra
le cifre come un vero spauracchio,
come un faro del mistero lui, lo zero.

 

1

è la cifra dell’inizio
e della solitudine,
della vittoria e anche
dell’abbandono.

Indica il superstite
e pure chi, ben sistemato
nella società, se ne tiene
al contempo fuori e insiste
a dirci che c’è anche
un altro mondo, un altro
modo di intendere la vita.

È un ramo spezzato,
la punta di una freccia
scheggiata, un uomo
che guarda indietro

la mano dritta sulla fronte
o la visiera di un berretto
per schermare l’abbaglio

e un largo piedistallo, sotto,
per non cadere mai nello zero
di uno sbaglio, di uno sbadiglio.

 

2

un cigno, nero, immobile.

La cifra dell’amore prende
le sembianze di questo
regale uccello dei laghi,
dei parchi. Se nulla è mai
un caso la curva del collo
è già mezzo cuore, e ai bordi
di ogni lago, fra il ghiaino
di ogni parco una panchina
è il luogo in cui due mani
si stringono, due occhi

si specchiano, spiano
quella forma dondolante
sullo specchio dell’acqua
e colmi ora la comprendono.

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
3

è il segno più femminile.

I seni, la forma del sedere.

Più lo si osserva
e più si percepisce lo sforzo
che le due semicurve aperte
a sinistra, compiono nel disperato
tentativo di un contatto
di chiuderlo nel centro
di se stessi quel vuoto.

Il dispari per eccellenza

ha una parte che promette
morbide delizie e l’altra
come chele aperte nell’atto
di stringere, di incidere,
di iniettare l’insidia velenosa
di un amante, l’ipotesi di una
nuova, più mondana, trinità.

 

4

sembra che il ramo
di prima sia stato
ulteriormente spezzato

il braccio torto dietro
la schiena. Una scomoda
sedia da cella monastica.

Il piccolo triangolo
di luce che il triangolo
di linee in sé racchiude

è un mirino per puntare
un dettaglio del tempo

per inquadrare il ricordo
più lontano, un dono dell’età
che quel numero ha evocato.

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
5

una biga, un cocchio.

Senza cavalli però, senza
auriga. Visto così, spigolo
duro di un angolo retto
da cui svolge un ricciolo
perfetto, sembra ci racconti
la parabola di un cocciuto
che abbia, a metà del suo
cammino, incontrato la dolcezza.

Ma quella sua forma di veicolo
privo di traino, di conducente

non ci dice anche o forse che è stato
accantonato? Che fosse incapace
di accettare ciò che un’era nuova
ormai imponeva? Che alla rabbia
di un motore abbia scelto di uscire
dall’arena, dal clamore, per non
sommare al rumore altro rumore?

 

6

l’occhio accigliato di una civetta.

Nella scrittura slang degli sms
adolescenziali prende il posto
della seconda persona singolare
del verbo essere, e spesso compare
preceduto da un avverbio di luogo
e succeduto da un punto di domanda.

Nelle caselle della tombola
porta un trattino sottostante
per differenziarlo dal nove.

Per alcuni, ripetuto tre
volte, è la cifra del demonio.

Per i più quella che descrive
una nostalgia, o che ci dice
quando, insicuro, un innamorato
si improvvisa illuso detective,
confidando sincerità nella risposta
dall’altra tastiera, dall’altro display.

Sembra anche una mela, col picciolo.

O è forse la biblica testa di un serpente
lo striscio che fuoriesce da quel frutto?

 

 

Dorothea Fleiss

 

 
7

una gruccia. A migliaia
appese ai ganci, alle rocce,
nelle grotte o nei corridoi
dei santuari come ex voto.

La cifra indica la settimana,
i vizi e le virtù inculcati sino
alla nausea in aule di dottrina
odorosi di noia e di chiuso.

Una zappa anche.

Numero che a guardarlo sembra
sia dello zoppo e della fatica

è anche nel ricordo dei film
western il pellerossa scalzo
che abbranca al volo John
Wayne fra i cavalli al galoppo

la scure sollevata per calare

il respiro che si blocca sino
al colpo di pistola, allo sparo
di un winchester fra gli arbusti.

 

8

le vere di un matrimonio fra
di loro accostate. Un paio
d’occhiali a pince-nez,
o la mascherina di Zorro
di un carnevale nebbioso,
la pista del trenino avuta in dono
chissà quanti natali or sono.

Verrebbe quasi da continuare
a calcarlo su se stesso all’infinito
senza mai staccare la punta
della penna, da quel ghirigoro

tanto è perfetto e rilassante
il disegno di quelle curve
che si incrociano nel centro.

Come se il tre avesse finalmente
trovato il suo gemello siamese.

Come una coppia di zeri che faccia
un numero da giocoliere, al circo.

 

9

dopo di lui ognuno è costretto
ad apparire con la scorta. Usato
a iosa nei cartellini dei saldi
di fine stagione, negli sconti,
pur in trucco di un resto solo
figurato e del tutto inesistente.

Un girino.Un piercing.
Lo spermatozoo che si
è perso lungo il buio
corridoio della salpinge.
Sfinge dell’attesa o fionda
di Davide, si spende verso
l’altro, va contro all’incontro.

Nelle caselle della tombola
porta un trattino sottostante
per differenziarlo dal sei.

La blusa in cachemire
beige di mia madre
nel classico disegno
a germogli di palma

come un acquario fitto
di nove, l’ultimo troncato
prima dello stretto polsino

prima della mano, del nido.

 

 

Dorothea Fleiss

 

 

© by Fabio Franzin, luglio 2007

 

 

[1] Questo verso è di Roberto Cogo, da “DI ACQUE / DI TERRE”, edizioni Joker, 2006

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