Erika Dagnino

 

 

 

(ITALIA)

 

 

IL GAMBERO

 

I

Nel vicolo che porta al mare,
laggiù dove il cane ha la coda al vento, abbaia, si distrae
con le zampe dall’acqua che assottiglia l’osso
luccicante di pelo,
il non grande gambero agita lentamente – agonizza, lui –
le zampe dai segmenti d’esoscheletro, duri – agonizzanti, loro.
La mano del commesso mentre parla alla commessa lo ritira non venduto,
insieme ad altri senza più sforzi nell’aria vista di traverso;
il bambino – di quale bambino si sta parlando?–
vorrebbe comprare proprio quello e solo quello, e si domanda se, come per il pesce rosso,
bisogna metterlo in una boccia. O muore annegato? O vuole uscire, poi?
Il bambino va oltre, deve, ma è come se la mano della madre non ci fosse.
E non è in effetti dentro al bambino. Né il bambino è dentro di lei, anche se sa dove guardare.

 

 

II

A casa il gatto adagia la testa sul suo corpo di bambino
come su un cuscino non insolito. Sembra che stia a sentire la musica. Apprezzare la vicinanza di certi brani più di altri. Addirittura certe lingue più di altre l’avvicinano.
Forse vedendo il gambero muoversi – ammesso che la boccia con dentro l’acqua fosse servita – ci giocherebbe, con la scusa dell’istinto: è un gatto lui, anzi no lei.
Accarezzando la testa di felino, i baffi di felino gli ricordano le zampe rivolte verso l’alto,
le chele no. Se le immagina: lì per lì non le aveva guardate.

 

 

III

L’erba gli servirebbe per giocare al pellegrino che si perde.
Sono proprio strani certi bambini. Con in mano un bastone la finzione starebbe alla realtà come la realtà alla finzione. Una specie di equazione da quaderno a quadretti.
A proposito, si dice pellegrino o si dice viandante? …
Non ci sono quasi più quei nonni e quei bambini della guerra. Ora gli occhi servono per dormire,
a loro.
Certi compagni non hanno proprio capito che un giorno si muore. Certi sì. Ma cosa me ne importa di certi. Giusto, ha il cuore di un Poil de Carotte, lui; anche se quel Pel gli animali li faceva secchi.
Chi sa poi perché. Ci scommetto che lo faceva solo per non farlo. E poi mi assomiglia, anche a me piace giocare a niente.
Ha ragione, è il meglio che possa fare. Così vale per tutte le età. Vivere impedisce di vivere, se si vuole stare a guardare. Se ci si impegna a vivere non si vede un bel niente. Deve essere questo che prova. Non sa dirselo, né trovare le parole nel caso gli fosse chiaro.

 

 

IV

Da un po’ di tempo si è fissato che forse dio è dentro l’occhio del pesce.
Perché no? Il pesce sta sempre sott’acqua e certi pesci nessuno li ha mai visti.
L’occhio è tutto rotondo. Il pesce poi è tutto un corpo intero.
Ecco perché da un po’ di tempo – non l’ha più trovato quel gambero nella cassetta di polistirolo o di plastica o chi sa che piena di ghiaccio a pezzettini sul banco freddo e grigio – guarda tutti gli occhi di tutti i pesci morti.
Vuole provare con quelli vivi. Ecco perché ha chiesto di andare all’acquario, anche se non gli piacciono i vetri che chiudono lo spazio per non lasciar uscire l’acqua.
Anche lì la mano è come se non ci fosse. Quella del padre, deve ricordarla.
Come uno già grande che guarda le fotografie per ricordare, lo vuole,
– e poi la memoria fa brutti scherzi – di essere stato figlio.
Ma torniamo al bambino: un mucchio di pesci. Il doppio di occhi.

 

 

V

Il gatto se la dorme, ora. Ha messo apposta lo stesso canto, in quella lingua che crede piaccia alla sua gatta bianca e nera. In passato sarà stata di quel paese, pensa. O se l’immagina soltanto.
Ma da come ronfa e viene vicino sembra proprio che abbia un’anima di quel paese.
La parola anima l’ha già sentita dire in tanti posti. Da tante persone, un sacco di volte.
Ma pensa solo a quella sirena mezza donna mezza pesce che guardava un uomo nel bel mezzo della tempesta e che alla fine buttò il coltello di strega nel mare, lasciando perdere il cuore.
Ha ragione, lui. E poi: di quale bambino si sta parlando?

 

 

VI

Se fosse stato solo e avesse avuto un sacchetto resistente, trasparente e pieno d’acqua
l’avrebbe proprio comprato il piccolo gambero, Non mi farà male con le chele, dalle zampe lente che annaspavano nell’aria.
Ma era così che si faceva? O moriva del tutto nel sacchetto pieno d’acqua? Bisogna impararle certe cose. Non si può perdere un’occasione così perché non si sa come fare.
Ci si ripensa un sacco di volte, anche se si ha una memoria come quella di, o di bambino.
Ripensa anche alla faccenda del pesce – così di dio:
In effetti è sempre zitto, il pesce, e se ha un suono è quello che fa nell’acqua e che fa l’acqua sott’acqua. Non dice una parola. Non fa un verso. Se lo fa, non si sente.
È così che deve essere.
Ne è quasi sicuro.
E poi i loro occhi sembrano guardare tutti la stessa cosa.
Ora di nuovo ripensa al crostaceo:
Anche lui se ne sta zitto. Con i suoi occhi rotondi, lucidi come bagnati. In più sporgono come non so cosa.

 

 

– da I Canti dell’Occhio – CSA Edizioni, Italy, 2009

 

 

 

 

www.erikadagnino.it

Articles similaires

Tags

Partager